La “Maionese di Cachi” e tante simpatiche curiosità su un frutto incredibile

Durante il periodo dei Cachi, se questi frutti piacciono, occorre essere veloci e pieni di fantasia.

Le generose piante si riempiono di queste palle arancioni, anche belle da vedere che però, se maturano troppo, lasciano davvero poco tempo.

Grazie alla creatività e al buon gusto, però, possiamo cibarcene in diversi modi e anche quando i Cachi sono… “troppo avanti”.

Oggi vi racconto una breve ricetta, molto particolare, che potrà risultare utile nel dare un gusto nuovo ai vostri piatti; a diversi piatti ma, soprattutto, a contorni come l’insalata, considerata, troppo spesso, banale e poco ricca.

Facciamo quindi la “Maionese di Cachi”, ricetta che mi ha consigliato l’amico blogger Do, una salsa che si può usare come una crema per accompagnare diversi piatti oppure si può aggiungere direttamente nell’insalata per renderla decisamente più gustosa, più colorata e più sfiziosa.

Il procedimento è davvero semplice, questi sono i pochi ingredienti:

– 1 Caco

– Olio Extra Vergine d’Oliva

– il succo di ½ Limone

– Aglio (meno di mezzo spicchio)

Dopo aver tolto la buccia al Caco si mette la polpa all’interno di un contenitore alto e stretto perché dobbiamo frullarlo con il mixer e, il preparato, non deve schizzare fuori come un fuoco d’artificio.

Aggiungiamo al frutto l’Aglio, tagliato a pezzetti molto piccoli e sottili, mezzo limone spremuto e iniziamo a frullare.

Mentre cercheremo di tenere la lama rotante abbastanza in superficie per rendere il composto spumoso, facciamo cadere un filo abbondante di Olio e continuiamo con il minipimer ancora un minuto.

Ottenuto il ricco condimento, dal sapore unico e stuzzicante, lo versiamo direttamente sulla verdura o lo mettiamo in una ciotola pronto per essere gustato con il piatto proposto. Una vera delizia!

Il Caco, tra l’altro, che bisognerebbe in realtà chiamare Cachi anche al singolare, o Kaki (Diospyros kaki), è un frutto molto importante per il fabbisogno del nostro organismo. Molto zuccherino, e quindi parecchio energetico, contiene anche parecchia Vit A, Vit C e Vit B risultando così un ottimo rinforzante per l’apparato immunitario e un grande alleato nel prevenire diversi tipi di malattie.

Fantastico soprattutto per affrontare con vittoria la fredda stagione e tutti i malanni che essa porta, non per niente, Madre Natura ce lo offre in autunno.

Ad essere simpatica è poi la tradizione inerente ai suoi semi che si dice permettono di prevedere come sarà l’inverno in corso ossia se particolarmente freddo o meno.

Proprio così. Dovete sapere che i noccioli dei Cachi, se vengono aperti dividendoli esattamente a metà, possono mostrare la figura di una posata: o una forchetta, o un coltello, o un cucchiaio… a seconda dell’annata ovviamente.

Se appare una forchetta, significa che il freddo non arriverà. L’inverno sarà abbastanza nevoso ma poco ghiacciato, mite, perciò faranno festa quelli che il freddo non lo sopportano (come me).

Se appare il coltello invece, di neve ce ne sarà poca ma il freddo sarà tantissimo quasi da non riuscire a scaldarsi con tanto di venti gelidi che tagliano il viso.

Davanti alla presenza di un cucchiaio infine, si avrà un inverno assai nevoso e piovoso allo stesso tempo.

In realtà si tratta dei germogli all’interno dei semi e raramente si trovano. Questa leggenda è una tradizione antica sulla quale i vecchi contadini si basavano per capire a che tipo di inverno sarebbero andati incontro perciò, nonostante non ci siano prove scientifiche a riguardo, direi che ci si può affidare abbastanza a questa teoria anche se, negli ultimi anni, il tempo sembra diventato pazzerello in ogni momento dell’anno.

Se può interessarvi io ho trovato prima quello che pareva essere un coltello, ma mi si è un po’ rotto nell’aprirlo quindi non ne sono sicura, nel secondo Caco invece ho trovato un cucchiaio e direi che si distingue proprio bene.

Conosciuto non solo dai nostri bisnonni per le sue caratteristiche positive e le sue tante proprietà benefiche, il Kaki, veniva considerato alimento di gran pregio in tempi ancora più lontani quando, nominato la “Mela d’Oriente”, regalava diverse virtù, ben sette per la precisione, divenute famose in tutto il mondo. Non per niente, il suo nome botanico Diospyros significa proprio “Cibo degli Dei”.

Dei Cachi, non si butta via niente. La polpa è fantastica per depurare il fegato, il legno della sua pianta è eccellente da ardere, è un ottimo concime, le sue foglie sono meravigliose per creare addobbi e composizioni, non viene attaccato da parassiti e germi infestanti… insomma, è davvero unico nel suo genere.

Godiamocelo allora! Si possono preparare davvero tante ricette squisite con esso e quindi non vi resta che attendere il mio prossimo consiglio che vi parlerà ancora di Cachi!

Buon appetito e tanta salute!

Prosit!

L’Imbarazzo – spesso un Diavolo travestito da Angelo

Ma che carina! E’ proprio una bella persona, è timida, si imbarazza subito! Tenera…. -. Quante volte avete sentito dire frasi come questa? Un tempo le dicevo anch’io, anzi, io per prima mi imbarazzavo sovente, poi… ho detto basta.

Se da una parte l’Imbarazzo è un qualcosa di carino e che viene visto come una sorta di fragilità da trattare con cura, dall’altra parte, occorre rendersi conto che è anche uno dei nostri peggiori nemici. Un’ombra che ci appartiene e offusca la nostra luce come avrebbe detto Jung. Credetemi, non esagero se lo considero: un Demone (chi mi segue sa che considero demoni le emozioni negative che ci fanno del male).

Non dobbiamo confondere l’imbarazzo con l’emozione, la commozione, l’empatia e chi più ne ha più ne metta, anche se sono tutti cugini. Non dobbiamo confondere l’imbarazzo innocente dei bambini, che tastano e assaggiano le relazioni sociali, con le nostre fortificazioni difensive. Sì, l’imbarazzo appare delicato, frangibile, in realtà, è un muro di cemento armato.

Ci mostra timidi, veniamo addirittura scambiati per sensibili, se ci poniamo imbarazzati davanti ad una persona o una situazione.

Tutto molto grazioso superficialmente, non lo nego. Persino piacevole da vivere.

Le gote iniziano a tingersi di rosso divenendo sempre più rubizze, gli occhi si stringono in un sorriso teso, il cuore palpita più velocemente e quasi lo si può vedere nonostante sia rinchiuso in una gabbia toracica.

In realtà, a padroneggiare su tutto ciò, mi spiace disilludere, è il Giudizio.

Non cadiamo però nell’estremismo. Alcuni eventi imbarazzanti sono sinceramente buffi e gradevoli, addirittura lusinghieri ma, come sempre, quando si scavalca il filo sottile, poi si cade.

Chi si imbarazza troppo, provando anche disagio attraverso quella sua stessa manifestazione, è vittima del giudizio degli altri e, di conseguenza, se è vittima del giudizio degli altri è perché essa stessa è una persona che troppo giudica.

E’ risaputo che chi mente in continuazione, diffida da chiunque. E’ alla costante ricerca del marcio anche all’interno di una cosa bella.

L’ingenuo, che non conosce menzogna, si apre al mondo anche esageratamente, senza difese, e altrettanto crolla miseramente in trappole posizionate appositamente per lui non riuscendo a considerare il tradimento.

Il giudizio funziona allo stesso modo.

Ciò che ci fa imbarazzare è quello che crediamo gli altri possono pensare di noi e, peggio ancora, è quello che noi stessi siamo abituati a pensare riflettendo la medesima situazione che stiamo vivendo su qualcun altro.

Se accuso un individuo perché mi ha mentito, l’individuo in questione, aberrando la bugia, si arrabbierà moltissimo nell’essere considerato esattamente come chi disprezza e, fino a qui, la questione non fa una piega. La morale ci insegna che le falsità non si dicono, che l’onestà regna su tutto, perciò sarà normale la sua reazione.

Se allo stesso individuo però, io do un bacio davanti a mezzo paese (naturalmente non fugace), egli si vergognerà per il mio gesto, in quanto considera (giudica) sciocco chi si atteggia a tale maniera.

E’ sempre il giudizio verso gli altri che dirige e, quando esce dai limiti, da soddisfacente diventa deleterio. Più si giudica, meno si ama… la vita, in generale.

La cosa più grave è che, giudicando (e imbarazzandoci), impediamo persino a noi stessi di comprendere il messaggio che ci arriva dall’esterno. Se mi soffermo a giudicare l’azione, o la frase di quella persona, mi precludo dal focalizzarmi solo ed esclusivamente sulla sua bellezza o sulla sua eventuale utilità. La barriera oscura la mia vista e ostruisco di conseguenza anche la mia risposta, vale a dire l’intera comunicazione che viene bloccata dal mio limite.

L’imbarazzo è un impiccio. Non ci permette di essere liberi, di fluire in modo naturale. E’ uno sbarramento. Blocca. E si usa quel momento di fermo per riflettere come meglio agire o reagire. Da qui si evince come sia la mente, alla fine, a farci muovere e non il cuore.

Mille domande in un secondo:

Qual’è l’atteggiamento migliore per me con il quale ora rispondere?

Che cosa penserà/anno di me?

Che cosa sto provando? Cosa sono questi brividi e queste punture allo stomaco che mi confondono? Che non mi fanno sentire a mio agio?

Ma è piacevole! No, forse non è piacevole, fa un po’ male, ma non tantissimo… cos’è?

Il cervello inizia a frullare, siamo abituati, non ce ne accorgiamo nemmeno, ma è un vero stress per il nostro Essere in realtà. Tutto perché non riusciamo a lasciarci andare, rimaniamo aggrovigliati come in una sostanza vischiosa che ci trattiene. Quella collosità percepibile, è la risposta tangibile del giudizio.

Non per niente, il termine Imbarazzo lo si usa anche per definire un – ostacolo – che intralcia. E, il suo contrario, sottoforma di verbo, è proprio “sbarazzarsi di…”. Ecco, bisognerebbe davvero “sbarazzarsi di…”, in ogni senso.

L’essere umano può provare infinite sensazioni e mi ripeto dicendo che è giusto e doveroso percepirle. Sono anche appaganti. Toccano in noi tasti che altrimenti non si riuscirebbe ad accendere ma occorre fermarsi alla loro bellezza, a volte, senza andare oltre. Occorre non aver paura di quella bellezza e permettere allo stupore di invaderci. Senza timore.

Prosit!

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A modo mio: Interpretazione di “Dio caccia via Caino”

Dal Vangelo secondo Meg 6° – niente di religioso ma di molto curioso

Articolo che intitolerei “Nessuno tocchi Caino”.

Non me ne voglia Ruggeri, nell’utilizzo del titolo di una sua nota canzone (Ruggeri – Mirò, Festival di Sanremo 2003) ma calzava a pennello con quello che voglio raccontarvi.

Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra però…. Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte! -. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato.

Queste sono, secondo la Bibbia, le parole che Dio pronuncia a Caino dopo aver scoperto che quest’ultimo aveva ucciso suo fratello Abele per invidia.

Un segno…. Certo, perché è giusto colpire il male. Ci viene spontaneo eliminare ciò che reca dolore, che è “cattivo”. L’impronta infamante. Una sorta di giustificazione alla vendetta. E così infatti è.

Ora, tolto il fatto che dubito Dio abbia intenzione seriamente di maledire qualcuno, il discorso, a mio avviso, è ben più profondo. In qualche modo occorreva simboleggiare Caino come il male e, per farlo al meglio, si passa attraverso il Giudizio Divino che non lascia dubbi, dimenticandoci però che Dio è in ogni cosa, anche in quello che consideriamo negativo, violento, disagevole, angosciante. Soprattutto per chi crede, come me, che l’Onnipotente non sia un vecchietto con la barba bianca coricato sopra ad una nuvola.

Dio infatti, prima di concludere la sua arringa, ammonisce chiunque a colpire Caino, a ucciderlo, in quanto verrà punito ben sette volte.

Interessante. Cosa vorrà dire? Che non bisogna vendicarsi? Che occorre imparare l’arte del perdono? Che non è con il fuoco che si spegne il fuoco?

Sicuramente si. Tutte queste riflessioni portano a buoni pensieri e ottimi propositi, eliminano i pregiudizi e le conclusioni ma, secondo me, c’è dell’altro andando ancora più in profondità.

Ricorderete, se lo avete letto, il mio articolo intitolato “I Demoni sono dentro di Noi” https://prositvita.wordpress.com/?s=i+demoni+sono+dentro+di+noi dove, senza sentirci colpevoli di nulla, si acquisisce di avere delle responsabilità nei confronti delle emozioni negative che proviamo e che ci fanno del male. I Demoni infatti, come spiego, non sono i diavoli che da sempre ci hanno voluto far credere ma sono semplicemente i sentimenti negativi e deleteri che nutriamo in noi, i quali ci rovinano anche fisicamente a lungo andare, ed è bene quindi liberarsi da essi ma… non UCCIDENDOLI.

Ecco, Caino è un po’ come la rappresentazione di un Demone. Di un qualcosa che consideriamo malevolo. Di un qualcosa che fa del male, senza comprendere che tutto ciò che è in grado di fare del male nasce da noi; da dentro di noi.

La sete di potere, la guerra, l’approfittarsi, l’invidia, il possesso, l’arrivismo, l’attaccamento, l’egoismo e chi più ne ha più ne metta. Ma non è eliminandole queste “voglie”, queste sensazioni, queste che noi crediamo necessità al fine di stare meglio, che si potrà stare bene davvero. Dio infatti chiede di non uccidere Caino, di non uccidere quindi le nostre caratteristiche negative.

E perché mai? Beh, innanzi tutto sono nostre creazioni. Sono anch’esse delle nostre figlie. Ci appartengono. Non serve a nulla ed è sbagliato ammazzarle. Se sono lì c’è un perché e, questo perchè, è sempre un insegnamento. Al contrario occorre, anche se può sembrare assurdo, accettarle, comprenderle e amarle. Solo così si possono trasmutare, come l’Alchimia vuole, quando chiede di trasformare all’interno di noi stessi, il Piombo in Oro. Diventando persone migliori, con il diritto di vivere in piena beatitudine, senza essere schiavi delle nostre stesse emozioni negative. Emozioni che ci fanno reagire, anziché agire (c’è differenza), con coscienza e amore. Ciò non significa dover sopportare chiunque e qualsiasi affronto solo perché si agisce con amore ma si cerca di far capire quanto importante sia non utilizzare il giudizio.

Nel momento stesso in cui io ti offendo, o ti uccido, o ti faccio un torto, come reazione, è perché ti giudico. Ti reputo sbagliato, o inferiore, o malvagio, etc… ma ti sto giudicando e, giudicandoti, sono automaticamente il tuo schiavo. Se ti giudico è perché il tuo comportamento mi tocca, perciò reagisco in base al tuo comportamento. Tu comandi, tu crei e io, DI CONSEGUENZA, eseguo. Penso di essere un “grande” ma, in realtà, sono solo un servo. Il tuo. Vittima del tuo gesto.

Divento così il servo del carnefice, di colui che considero una persona “sbagliata”.

Anche in questo caso non si parla di condonare ma si parla di agire al di fuori del giudizio. Con giustizia e consapevolezza, rimanendo nell’onor proprio. E’ difficile, incredibilmente faticoso, ma è giusto.

Non dimentichiamoci inoltre che, dal male, può nascere il bene ma non voglio che questo passi come una banalità. Il significato ha della ricchezza. Dio è in grado di guardare oltre. Di vedere il bello nascere dal brutto, sottintendendo così, come l’uomo dovrebbe imparare a guardare, ossia, con gli occhi dell’anima.

Quando imparerete a guardare con gli occhi dell’anima anziché con quelli della personalità, coglierete degli aspetti di straordinaria Bellezza proprio nelle persone che adesso vi sembrano più ottuse o “cattive” – (Salvatore Brizzi).

Fintanto che continueremo a guardare e giudicare con la vista continueremo a notare negli altri ciò che siamo. Gli altri rispecchiano esattamente quello che siamo dentro. Se odiamo gli altri è come se odiassimo noi stessi. Ma se impariamo a guardare con l’anima, allora vedremo che non ci sono colpe e possiamo imparare a vedere il bello che è anche dentro di noi. Se tutti facessimo questo, probabilmente il mondo sarebbe un luogo migliore.

Ho acquistato un uomo dal Signore – disse Eva dopo aver partorito Caino. Caino… da Qajn che riporta al verbo Qanah che significa appunto “acquistare”. Le emozioni negative le abbiamo acquistate/acquisite, nel corso degli anni, a causa delle nostre esperienze, dei nostri traumi, dei nostri schemi mentali, di ciò che abbiamo e che ci è stato immesso nell’inconscio. Oggi ci dirigono, governano le nostre azioni ma mai nel bene. Mai facendoci compiere l’operazione giusta. Osserviamo dall’altra parte e agiamo così nell’altro senso. E, come diceva qualcuno, è cosa buona e giusta.

Prosit!

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La Panna di… Zucchini!

Si lo so, sono in ritardo, dovete portare pazienza con me. Parlarvi di zucchini proprio ora che Madre Terra non ne sta più regalando…

Ma l’idea è utile e strabiliante, quella che voglio darvi oggi intendo, perciò, come si dice: meglio tardi che mai!

Quest’estate, infatti, avevo sempre tanti zucchini. Mi arrivavano da ogni dove e ringrazio calorosamente chi me li regalava. Una sera però, lamentandomi con un amico sul fatto che non mi venivano nuove idee per come consumarli, ecco che fui subito accontentata.

Ne fui felice. Gli zucchini, (Cucurbita Pepo il loro nome scientifico), sono ricchi di potassio, di Vit E e C, ammorbidiscono l’intestino e soprattutto disinfiammano le vie urinarie.

Mi diede una ricetta davvero facile, veloce, utile e molto originale che potremmo chiamare La Panna di Zucchini ma… di panna, non ce n’è neanche l’ombra.

E’ una ricetta, infatti, che trovo necessaria per chi non sopporta come gusto, o non tollera fisiologicamente la panna, ma desidera comunque avere un amalgamante naturale in cucina per le sue pietanze, sano e gustoso allo stesso tempo.

Avete presente i tortelloni panna e prosciutto? Squisiti ma, ahimè, alcuni non possono permetterseli a causa di un’intolleranza ai latticini.

Grazie a questa crema però, si potrà ottenere lo stesso risultato e la stessa bontà mangiando in modo salutare.

Si prendono gli zucchini e, dopo averli ben lavati, si pelano dividendo la scorza verde dalla pasta bianca interna.

Con la parte verde, triturata e unita ad altri ingredienti, si potrà preparare una deliziosa frittata, ovviamente, non butteremo via nulla.

La parte bianca invece, la tagliamo a tocchetti e la mettiamo a bollire in un pentolino.

Io, questa volta, ne ho preparato il quantitativo sufficiente a condire la pasta di una cena ma ne potrete preparare quanta ne volete e poi congelarla, magari in appositi contenitori così da utilizzarla all’occorrenza.

Una volta cotti i pezzi bianchi e resi belli morbidi, si frullano con il mixer aggiungendo pepe, olio e spezie varie a gradimento.

Io, ad esempio, ho usato un pizzico di noce moscata.

Per chi non ha problemi di intolleranza, anche un goccio di latte.

Il sale non ve lo consiglio, vi conviene insaporire il sugo dopo, al momento della preparazione.

Ottenuta la crema non ci resta che preparare il condimento per la pasta che più ci piace.

Io ho fatto una specie di pasta e fagioli, asciutta, rendendo il tutto più corposo proprio grazie alla crema di zucchini.

Ho preparato un soffritto che ho fatto cuocere a foco molto basso con: cipolla, alloro, curry, semi di papavero, timo e olio e, una volta raggiunta la giusta doratura della cipolla tagliata a strisce, ho aggiunto i fagioli borlotti e ho lasciato cuocere per farli ammorbidire.

Se utilizzate quelli secchi dovranno stare in ammollo dalla sera precedente prima di essere buttati in pentola e vi consiglio di farli anche bollire qualche minuto prima. I fagioli duri, o semi-crudi, non sono buoni per niente.

Ho aggiunto poi la crema di zucchini, che ho fatto andare sempre a fuoco lento per soli dieci minuti e, prima di spegnere, mi sono ricordata di qualche foglia di basilico e un altro filo d’olio. Si può usare anche il prezzemolo, se piace, sempre in uscita però, è meglio.

Sarà quando aggiungerete la crema che potrete salare così da percepire un aroma uniforme inerente al tutto; per lo meno io mi trovo bene così.

La pasta, una volta cotta, verrà unita al condimento, dentro alla padella capiente, che ci permetterà di mescolare bene il tutto e permetterà così alle penne o ai tortiglioni (preferisco pasta corta e rigata), di riempirsi del sugo anche internamente.

Ne vale davvero la pena e ogni boccone risulterà più ricco in grado di sprigionare diversi sapori.

Non resta che impiattare e magari dare un tocco di colore al piatto.

Io l’ho fatto utilizzando un ciuffetto di sedano e qualche strisciolina di carota che, con il suo arancio vivo, ha reso il tutto più sgargiante e appagante anche per la vista.

Detto questo, vi do il – Buon Appetito! –, spero di avervi regalato anche un’ottima soluzione per arricchire diverse vostre ricette e nonsololapasta. Una soluzione comoda per tante idee, come la Besciamella ad esempio.

Prosit!

Non solo Diabete – Molto dipende da lei: Insulina… birichina

Ovviamente birichina non è, quello che fa, lo fa per il nostro bene, e lo fa come conseguenza a ciò che mangiamo attraverso un processo fisiologico che lei neanche comanda ma… possiamo dire che ha il suo caratterino, ecco.

Con lei non si sgarra, non permette errori, è un po’ come avere un gendarme in corpo.

Sto parlando dell’Insulina e, prima di tutto, vi spiego cos’è.

L’Insulina è un ormone prodotto dal nostro organismo, o meglio, dalle Isole di Langherans del Pancreas, il quale, con il secernere Insulina e Glucagone, intende prima di tutto mantenere nel giusto equilibrio gli zuccheri (il glucosio) nel sangue. L’Insulina, per dirla in modo semplice, viene prodotta quando zuccheri ce ne sono troppi e li contrasta, mentre, il Glucagone, all’incontrario, viene prodotto quando zuccheri ce ne sono pochi ma, lui, cerca anche di tenere a bada l’Insulina stessa.

Per zucchero però, chiamato anche Glucosio, non è da intendersi soltanto lo zucchero che mettiamo nel caffè, questo è un concetto fondamentale da comprendere perché gli amidi, i carboidrati come: la pasta, il pane, i biscotti, i crackers, il riso, etc… sono tutti zuccheri. Ossia, contengono alte quantità di Glucosio.

Cosa succede quindi se mangiamo questi alimenti? Accade che l’Insulina compie lo stesso lavoro che compirebbe se mangiassimo un’intera scatola di cioccolatini. Non ci sono differenze per lei. La composizione/scomposizione del cibo è la medesima perciò lei agisce allo stesso modo.

A causa di un’emissione sregolata di Insulina possiamo ingrassare, contrarre malattie (di diverso genere), sentirci stressati o spossati e possiamo anche sentire costantemente lo stimolo della fame.

Attenzione, l’Insulina è proprio il principale elemento che effettua lo stoccaggio dei grassi all’interno del nostro corpo. Ossia, i grassi sono una fonte energetica, ci proteggono dal freddo, dagli urti, ci danno vitalità, sono molto utili (nella giusta misura) e, lei, per paura che il nostro corpo possa rimanerne senza, li prende e li immagazzina da parte, fissandoli per benino, un pò qui e un pò là, così noi ingrassiamo. Questo lavoro svolto prende il nome di litogenesi. Tutto ciò accade perché nella dieta (e di conseguenza in noi) scarseggiano le proteine e…. i grassi. Sì, proprio loro. Questi ultimi infatti, al contrario di quello che si pensa, se assunti nella giusta dose, permettono all’Insulina di stare buona e quieta, al suo posto, senza adirarsi. In pratica è un pò come se dicesse: – Ok! Non ho bisogno di fare scorte, noto che grassi ne arrivano sempre! -.

E quindi, attraverso un componimento del piatto che riunisce carboidrati/proteine/grassi assieme, si otterrà il giusto equilibrio.

Ovviamente dovrà essere uno specialista a dire, ad ogni paziente, la quantità dei valori di cui il soggetto ha bisogno ma, più o meno, si può tener conto di questa cifra: 50% carboidrati, 30% proteine e 20% grassi ad ogni pasto.

Ripeto, per ogni individuo i valori possono cambiare. Bisogna tener conto di tanti fattori per comporre le quantità giuste: età, sesso, attività fisica, professione, assunzione di farmaci, etc… perciò non intraprendete questo percorso da soli ma fatevi aiutare e consigliare da un esperto.

Quello che a me preme è farvi capire come l’Insulina, che sembra entrare in gioco soltanto in correlazione al diabete o ai dolci, come sento dire da tante persone, sia invece una grande protagonista nel processo del nostro metabolismo per quanto riguarda l’alimentazione.

Il glucosio, potente fonte di energia per noi è, come vi dicevo prima, contenuto nei carboidrati, chiamati infatti anche glucidi che, per semplificare, uniremo assieme in questa unica parola anche se la loro suddivisione è vasta e importante.

Sarà normale che se si assumono poche proteine e pochi grassi significherà che la nostra dieta è ricca per la maggior parte di carboidrati (zuccheri) e quindi, si permetterà all’Insulina di “uscire fuori” e comandare a modo suo.

Ridurrà anche l’apporto di zuccheri al cervello in quanto, a lei, gli zuccheri, non stanno molto simpatici. Ci renderà stanchi mentalmente ad esempio. Vi sarà capitato infatti di notare una notevole fatica a concentrarvi dopo esservi saziati con un sostanzioso piatto di pasta.

E’ meglio quindi consumare (sempre senza esagerare) più frutta e verdura, considerate anch’esse “carboidrati”, nel senso che, come fibre, donano i medesimi valori nutrizionali ma con eccezioni positive. La presenza, ad esempio, di una maggiore quantità di Vitamine e Sali Minerali ma non solo, vengono considerati carboidrati favorevoli, anziché sfavorevoli come gli altri, perché attraverso loro, l’indice glicemico rimane relativamente basso. In pratica, il fruttosio contenuto nella frutta, per entrare in circolazione, deve essere prima convertito in glucosio. Questo processo rallenta tutto il funzionamento e rallenta anche l’innalzamento della glicemia. Perciò, la secrezione di Insulina è molto meno stimolata rispetto all’ingerire un carboidrato classico come il pane. Per quanto riguarda le verdure invece, esse contengono una bassa percentuale di glucosio e, l’Insulina “chiudendo un occhio” verso tale quantità, non si mette in azione.

L’equilibrio, come dico sempre, è la cosa migliore. Nessun divieto e nessun abuso. Possiamo permetterci di mangiare qualsiasi cosa, l’importante è mantenere un corretto bilanciamento di ciò che introduciamo nel nostro corpo senza strafare con niente e senza far adirare Caporal Insulina.

Prosit!

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Si può entrare in una Favola?

Direi proprio di sì.

Soprattutto si può entrare in una favola con le persone giuste e nei luoghi giusti che, spesso, sono molto più vicini di quello che può sembrarci.

Guardate queste immagini ad esempio. Esistono davvero questi posti, mica li ho inventati io, e sono accanto a casa mia.

Una scoperta anche per me. Per me e la mia amica Mel.

Travestendoci da brave archeo/speleologhe, siamo andate in giro per la nostra Valle, alla ricerca di sentieri sperduti e fantastici; e siamo state ampiamente accontentate direi!

Il bosco di faggi e castagni era magnifico, a tratti offriva zone che ricordavano l’Irlanda e i Celti, con ciuffi d’erba verde che spiccavano tra i colori spenti delle foglie già cadute a terra. Alcuni gradini, formati dalle radici delle piante, o dalle pietre, rendevano il percorso ancora più originale ma per nulla faticoso. Diversi ruscelli accompagnavano il nostro cammino con il loro scrosciare perpetuo e, la limpidezza della loro acqua, dava un senso di fresco.

In alcuni punti, si formavano delle pozze. Certe nere – Come l’inchiostro – (a detta di Mel), altre verdi, all’inverso del film “Laguna Blu” (a detta mia). Sembrava infatti di essere sul set di… Green Lagoon.

Il torrente principale che abbiamo incontrato, e attraversato grazie ad un piccolo ma splendido ponte di pietra, è il Carpasina ma, ovviamente noi, mica lo si poteva solo attraversare senza sostare qualche attimo proprio vicino alla sua acqua?

Un’enorme pozza colma di muschio e mucillaggini ma comunque tremendamente affascinante. Chissà quante bestioline nascondeva dentro a tutto quel verde quasi fosforescente. Poco più in là, accanto a dei massi bianchi, molti gerridi si muovevano frenetici e indaffarati. Sono i ragni d’acqua per chi non li conoscesse.

E lì si parlava di progetti e natura. Poi beh… poi c’era lei che tutta intenta cercava e studiava nuove mappe e io che cazzeggiavo facendo foto e selfie ma questo è solo un piccolo dettaglio… D’altronde, ci vogliono entrambe le cose per stare bene assieme.

Ma chi l’avrebbe mai detto che, proprio appena sotto il paese di Carpasio (Valle Argentina – IM -), si poteva scoprire un Eden come quello?

Continuando a camminare si arriva a Costa, piccolo borgo incastonato nella montagna di fronte a quella di Carpasio e, volendo, si può salire fino ad Arzene, toccare il cielo con un dito e ritornare. Noi però, ci siamo fermate al ruscello che ci ha letteralmente rapite dopo aver fatto solo qualche chilometro.

In fondo, si doveva parlare, progettare e cercare. Cercare cose nuove, nuove bellezze da raccontare. E ci siamo riuscite. Siamo riuscite anche a godere della pace regnante. Solo qualche uccelletto e qualche insetto osava farsi sentire. Un rumoreggiare vivo e simpatico.

Abbiamo trovato ghiande e piume, regali splendidi, che Madre Terra ha voluto donarci.

La natura è incontaminata e si mostra attraverso diverse e molte meraviglie: more, tarassaco, uva, edera, pinoli… ci è sembrato di vedere persino la pianta dei… Ceci Rosa!

Sono diversi i sentieri che dal paese si diramano verso i boschi e i monti circostanti quindi, molto presto, si andrà alla scoperta di nuove zone. Fiduciose che comunque, qualsiasi strada intraprenderemo, la nostra Valle non ci deluderà, permettendoci sempre di rinfrancarci e rasserenarci al suo contatto.

La natura è da vivere con grazia, sensibilità e spiritualità. Solo così si può davvero godere dei suoi innumerevoli effetti terapeutici oltre all’appagamento che regala agli occhi e agli animi. Solo così ci si può davvero emozionare.

Prosit!

Tratto da una Storia Vera

Siamo tutti Maghi. Nasciamo con la scintilla della Magia dentro noi e abbiamo la possibilità di creare con essa. Nasciamo parte del Creato attraverso le Energie del Cosmo e di quelle stesse Energie siamo formati. Nasciamo in un corpo ma soprattutto siamo Spirito. E lo Spirito non può essere ostacolato da nulla se non dalle nostre stesse emozioni che, se negative, compiono attrito verso l’agire spirituale del Sé Superiore. L’Universo è dentro di noi e noi siamo dentro lui dove il Tutto è Uno ma, in questa vita, essendoci dimenticati tale concetto, viviamo separati da esso. La nostra bacchetta magica si chiama “Intento”. La pozione si chiama “Immaginazione”. La formula “Abrakadabra”.

Intento: lo scopo di una determinata realizzazione

Immaginare: Dal senso esoterico dei latini – In Me Mago Agere ossia In me c’è un Mago in grado di agire

Abrakadabra: Secondo alcune fonti dall’aramaico – Creo quello che dico

Non siamo solo concepiti, a livello chimico, dalle stesse sostanze che formano le piante, gli animali o i minerali. Siamo composti degli stessi elementi, materiali e non, che hanno creato l’intero Universo. Perciò immaginate, come si sono create le stelle, le nebulose, il ruotare dei pianeti e il suo perché, la gravità, lo spazio che siamo abituati a definire “vuoto” ma che vuoto non è.

Dal punto di vista della materia, ogni cosa, dal più piccolo granello di sabbia, alla più grande galassia, è formata da Atomi. Avendo così una massa.

Dal punto di vista dell’immaterialità, spiegando questo in modo semplicistico, ogni cosa, dal più piccolo granello di sabbia, alla più grande galassia, è invece formata da energie (forza gravitazionale, movimento, interazione elettromagnetica, etc…) e da particelle e sub-particelle che gli scienziati chiamano anche Quanti. Godendo così di una potenza energetica.

Il TUTTO. Il concetto dell’UNO.

Era il pomeriggio di un giorno qualsiasi e quel qualsiasi era primaverile.

Forse era più spessa l’angoscia, che rendeva più denso il sentire della solitudine, come una sostanza vischiosa che colava all’interno del mio animo.

Andai per l’ennesima volta Là, in quel luogo così particolare che mi tratteneva sua. Andai perché sola lo ero davvero ma al bordo di quel torrente mi sentivo in compagnia. Sentivo abbracci e carezze impalpabili.

Là era un piccolo Eden, era il mio piccolo Eden, davvero minuscolo, dove il verde accecava, così sgargiante, in quella stagione. Potevo stare assieme agli alberi, ai rovi, al muschio che ricopriva le rocce. Potevo stare assieme all’acqua e ai suoi schizzi esuberanti che, sovente, mi colpivano ma con dolcezza. Potevo sentire il freddo dello scoglio sotto alle natiche e l’umidità bagnarmi i pantaloncini.

Potevo stare assieme al brulichio gradevole della natura.

Stavo ferma, in silenzio. Accarezzavo un filo d’erba, osservavo una pietruzza, ascoltavo i sassi del fiume, acciottolarsi tra loro, emettendo lo stesso suono delle stoviglie che, ogni giorno, quando ero bambina, mia zia, lavava, dopo avermi preparato con infinito amore, qualche deliziosa ricetta. Secondo il parere di quei tempi, era stata l’unica ad avermi voluto bene davvero.

Guardavo un millepiedi affaticarsi tra foglie secche cadute a terra l’autunno precedente. Era lì anche lui, come me. A volte si fermava e forse annusava l’aria, quell’aria bagnata che sapeva di interruzione, di dimenticanza. Di lieta dimenticanza. Quel millepiedi era come me. Sentiva i miei stessi rumori, odorava gli stessi sapori, toccava lo stesso suolo. Forse aveva diverse percezioni ma eravamo la stessa cosa. Come un’unica entità.

Avrei potuto schiacciarlo con un dito ma lui, ignaro di questo, continuava a starmi vicino. Come fidandosi. Era fiducioso o incosciente? Forse semplicemente indifferente. La sua attenzione era attratta, probabilmente, da qualcosa di molto più interessante di me. Potevo scegliere se lasciarlo vivo o porre fine ai suoi giorni ed era bello avere tale grandezza ma, la sensazione che più appagava, era imparare ad usarla al meglio quella potenza. La utilizzai infatti per ben altro scopo. La usai per osservarlo nei suoi minimi particolari, la usai per carpirne le abilità, la usai per sentirmi non solo come lui ma più piccola ancora. Un pelucco di lanugine bruna come quelli che ricoprivano le sue piccole antenne. Fossi lui… come vedrei quei racemi sui quali sembrava volersi arrampicare? Come tasterei quelle chiome morte al suolo?

Solitamente mi fermavo lì, su quella pietra piatta e larga e non andavo oltre. Non andavo oltre nemmeno con i sensi. Mi riferisco ai sensi fisiologici, il gusto, il tatto, l’udito…. Quel giorno invece, non so ben spiegare cosa accadde.

Forse, un mio appello disperato gridò fortissimo nel silenzio più assoluto.

Posso solo dire che lo volevo. Lo volevo con tutta me stessa. Lo volevo con le costole, con i polmoni gonfi e tesi che faticavo a svuotare. Lo volevo protendendo forte la mandibola. Volevo far parte di quella vita perché, quello, era l’unico tipo di vita che conoscevo degna di portare quel nome.

Qualcosa di più sensibile, di più profondo, di più percettivo si sviluppò in me e mi permise di connettermi a quello che mi stava intorno. Un senso nuovo, vibrante, energetico, nacque per diffondersi fino agli ultimi fogli della pelle. La mia capacità cinestetica si moltiplicò potenziandosi.

All’improvviso, ma non di colpo. Piano, piano, sempre di più. Dal mio strato epiteliale andò al di là, mi circondò e si diramò nell’aria risplendendo tutto intorno, ma continuando a pulsare dentro al mio petto assieme al cuore. Sotto ad uno sterno che sentivo rigido. Fu come poter vedere la luce di quello che mi circondava, il battito vitale, l’energia probabilmente. Presumo.

Le foglie sui rami, che tremavano al vento, non erano più le foglie verdi di prima. Erano luminose, brillanti, ancora più tridimensionali, come ad avere un’aura intorno. Avevano  un’aura intorno! Qualcosa di incolore e tremulo accerchiava fremente quella natura. Le cortecce degli alberi si agitavano, tremavano, si moltiplicavano in strati come ologrammi attorno al tronco, l’acqua scintillava lame di madreperla ed io mi sentivo benissimo. Non c’era nessuno vicino a me, ma era come essere circondata da essenze, da fonti riconoscibili. Era come avere una recettività incredibile, sovrumana.

Era come se fossi quella pianta e quella pianta fosse me. Un tutt’uno, senza divisione alcuna. Potevo sentire il vento come lo sentiva lei e guardarmi come lei mi stava guardando.

Sentii nelle viscere movimenti di contorsione e brividi che si possono spiegare nominando lo sbattere delle ali delle farfalle di quando si è innamorati. Sentivo la mia pelle più sensibile, persino i miei capelli lo erano e le sopracciglia. Ero fervida come lo stare del sole sulle mie braccia e tutto… tutto, mi apparteneva. Sentivo il respiro del ramo, il muoversi della piuma dell’uccello, il grattare della foglia secca sul ventre del millepiedi e no, non gli faceva male. La sua corazza la stavo indossando anch’io.

Quello era il Cosmo. Io ero il Cosmo.

Un velo aleggiante e impalpabile mi avvolse. Sentii con il corpo il suo parlare. Mi stava dicendo di non preoccuparmi di nulla, che non ero sola e che nessuno mi avrebbe più fatto del male. Che potevo difendermi, che sapevo proteggermi, dovevo solo imparare ad usare bene, o meglio, i miei strumenti.

I miei occhi si inumidirono e il fiato si fermò in gola. I tendini contratti. La lingua allappata e immobile. Fu bellissimo. E non so quanto durò.

Fu faticoso andarsene ma si stava facendo tardi, sarebbero venuti a cercarmi, prima o poi, mentre quello, doveva essere il mio più intimo e grande segreto.

Eccolo il mio Dio, proprio lì, davanti a me, ovunque. Era il Tutto. Era ogni cosa. Non era il vecchio con la barba bianca che sempre avevo creduto essere. Non era una statua, nè una scrittura. Era la Vita. E da quel momento si sviluppò dentro di me la connessione.

Ok. C’era. Qualcosa esisteva davvero. A me, era stato detto in quel modo perché io avevo voluto saperlo. E mai, per nessuna ragione al mondo, avrei più dubitato.

E mai, per nessuna ragione al mondo, avrei potuto sentirmi sola.

E se tutto questo è stata un’invenzione, allora sono un inventore e mi sono creata la Vita.

Non sono una privilegiata, né una visionaria, non ci sono differenze tra noi per questo Dio. La volontà e l’intento sono i nostri, il cuore è il nostro, e sono loro ad aprire la porta che ci collega direttamente a lui. Un uscio che è sempre esistito ma che abbiamo chiuso, noi stessi, trasformati dai messaggi e dagli input sociali che ci hanno educato (da educere = condurre – tirare fuori – formare la personalità di un individuo).

Ero tutt’uno con il Creato e, se quello era Dio, io ero Dio. Fatta a sua immagine e somiglianza. E, riconoscendolo, lo stavo onorando”.

Prosit!

Quante Risorse abbiamo? Uno sguardo all’”Oltre”…

Nell’ultimo periodo la gente quasi non mi riconosce più.

Per non darmi dell’insensibile (così quasi appaio) mi dicono che sono forte.

Sanno perfettamente che cinica non sono e, quindi, non sapendosi dare una spiegazione inerente al distacco che notano tra me e l’eventuale brutta situazione che sto vivendo (sempre più raramente ormai), traggono come conclusione il fatto ch’io sia diventata più capace nel gestire determinati disagi o che sono più padrona di me.

Ma come fai? – mi chiedono alcuni – Come fai a sorridere nonostante tutto? -.

Però… non ti vedo male malgrado quello che ti è accaduto – mi domandano altri.

Quella che una volta era la solarità che mi contraddistingueva, quasi giornaliera, si è come trasformata, per chi mi osserva, in indifferenza nei confronti degli eventi negativi.

E’ sempre positiva, ma come fa? – sussurra la gente. Fortunatamente non sono ancora giunti a darmi della psicopatica (…sorrido).

Ho sempre cercato di dare spiegazioni a proposito, non avevo nessun segreto anzi… avrei voluto che tutti, anche loro, potessero trovare questa forza che non possiedo solo io. Ognuno ce l’ha. Al fine di stare meglio, di riuscire a superare le difficoltà in modo meno drammatico. Sono però sempre stata abbastanza sconclusionata nelle mie confessioni e non perché volevo apparire misteriosa, o avara nel dare, ma perché, io stessa, non capivo bene cosa mi stava succedendo. Io stessa avevo confusione dentro me e non riuscivo a leggere alla perfezione che cosa mi faceva “stare bene” nonostante tutto.

Oggi forse l’ho capito, mi è più chiaro questo sentore e posso decifrarlo meglio, regalandolo bene a chi vuole riceverlo.

Penso di aver semplicemente compreso che abbiamo risorse infinite. Mi sono convinta, dopo un lungo periodo di allenamento (l’inconscio và soltanto educato come ho scritto molte volte) del fatto che sono io stessa un essere infinito e quindi ho infinite risorse.

Se mi soffermo a pensare di essere soltanto carne e ossa, cioè un corpo, ovviamente percepisco di finire lì dove il mio corpo finisce ma, se concepisco il concetto di essere anche qualcosa di più, una fonte incredibile di energia ad esempio, capisco automaticamente di andare ben oltre il mio corpo. Di andare molto più in là, chissà fino dove… infinitamente.

Se riesco a far arrivare la mia energia attraverso una cornetta telefonica (sarà capitato anche a voi immagino) ciò significa, per forza di cose, che posso arrivare molto molto lontano.

Di conseguenza, anche le mie risorse, non finiscono dove finisce il mio corpo tangibile. Non finiscono nel petto, o nella testa, dove ho e abbiamo sempre creduto risiedessero, ma vanno ben oltre.

L’inconscio, oggi, lo abbiamo pieno di spazzatura e cose che ci inquinano: brutti pensieri, cattive emozioni, schemi mentali che non servono a niente ma, a pensarci bene, esso è in realtà vuoto e stupido. Possiamo riempirlo noi di cosa vogliamo, proprio come abbiamo fatto in passato durante tutta la nostra vita senza nemmeno rendercene conto. Essendo egli sciocco (ma anche lui infinito), senza la possibilità di intendere e di volere, è obbligato ad obbedire a seconda di quello che noi ci infiliamo dentro.

Se io mi convinco, o mi lascio convincere, di essere povera, per il mio inconscio sono povera ed egli lavorerà da povero facendomi ogni giorno sentire una poveraccia.

Ma se io ordino al mio inconscio, quotidianamente, che sono ricca (è un lavoro duro ma si può fare) egli non potrà che dirmi e convincermi di essere ricca. Perché obbedisce e basta. Esegue gli ordini. I miei. E’ solo un contenitore.

Ora, voi direte – Si, ma comunque, in banca hai sempre e solo 10 euro e non mille – . E’ vero ma… come vivo il fatto di avere solo 10 euro?

Il punto focale è proprio questo: se vivo male, e drasticamente, il fatto di avere solo 10 euro automaticamente andrò sempre più in malora. Non ho nulla e niente che mi permette di aumentare la cifra. Mi tiro la zappa sui piedi da sola. Mi considero senza risorse. E’ come se, oltre a quei 10 euro, non si possa andare. E’ come se, quei 10 euro, segnassero la mia fine. Sto dando a 10 euro il potere di segnare la fine di me.

Questa cosa è da non fare assolutamente. E’ da non fare mai.

Rendendoci conto che abbiamo risorse infinite, possiamo di conseguenza trovare il modo di aumentare i nostri 10 euro. O comunque ne abbiamo maggior probabilità. Anche le probabilità sono infinite nell’Universo. Innanzi tutto, attraverso le frequenze positive che emaniamo, ci ritornano altrettante frequenze positive che lavoreranno per noi, e poi, possiamo: creare, possiamo farci venire un’idea, possiamo trovare un lavoro nuovo, possiamo effettuare nuovi scambi… tutte cose che ci possono portare ad aumentare le nostre entrate economiche. Ma senza risorse siamo persi. E, se siamo convinti di essere senza risorse, siamo persi ugualmente.

Non posso dirvi come andrà a finire. Nè per voi, nè per me ma, è certo, che senza risorse, non si muove nemmeno un passo. Non bisogna focalizzarsi sulla fine, sul “come andrà…” ma, facendo un passo alla volta, si deve partire dal giusto step, ossia dalla prima risorsa. Concentriamoci sul primo scalino da salire.

A questo punto, non posso essere triste, perché è ovvio che troverò una soluzione. Prima o poi troverò la risorsa che mi porta alla soluzione e, fiduciosa, l’attendo. Ed essa arriva. Che ci crediate o no, arriva. Non bisogna dubitare.

Uomo di poca fede, perché hai dubitato? – (Gesù)

Soltanto uscendo dalla logica che ci hanno sempre insegnato e nella quale ci crogioliamo perché ci dà risposte e sicurezza possiamo andare oltre… verso quell’oltre infinito e pieno di nuovi orizzonti.

Manteniamo lo sguardo sulla realtà, non dico di fare salti pindarici, ma dobbiamo riconoscere che qualcosa di noi può, INDISCUTIBILMENTE, andare oltre

E allora, perché sono comunque felice? Perché finchè riesco ad andare oltre non vedo mai la fine, la mia fine, non “ho ancora sentito suonare la campana” come diceva Mickey, allenatore di Rocky Balboa. E se la fine non c’è, come posso essere triste?

Alla fine andrà tutto bene, se non andrà bene, non è la fine – (John Lennon)

Prosit!

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Liberiamoci Dei Rompipalle 8° – IL SUPERBO

Sapete che i Superbi tra noi sono davvero molti? Più di quelli che possiamo immaginare.

Si perché, quando si parla di SUPERBIA, si pensa immediatamente ad una persona tracotante e supponente che, guardandoci dall’alto in basso, ci ordina determinate cose, credendosi chissà chi, e ci tratta come poveri mentecatti.

Oh no! Questo è vero, ma il Superbo, in realtà, è anche molto più subdolo e, per questo, sovente, passa inosservato.

Vi faccio subito un esempio che capita spesso tra umani e che lo si può comparare a mille altre situazioni.

All’interno di una comune famiglia, un figlio confessa che amerebbe tanto avere un cane. – Va bene – dicono i genitori e, l’indomani stesso, ecco un bel cagnolino, nuovo membro di quella casa. Uno splendido Bassotto.

Ma io non volevo un Bassotto! – lamenta il ragazzo – non mi piace, volevo sceglierlo io, volevo andare in un canile e guardare quello che più mi piaceva!

Il padre, a quel punto, gli mette una mano sulla spalla attirandolo a sé e, guardandolo come lo guarderebbe un caro amico consigliere, gli dice – Ma come? Volevi un cane e te lo abbiamo preso, alla mamma piace tanto e poi… guarda che occhioni dolci ha! Come può non piacerti?

Stiamo quindi parlando di un padre (e di una madre) convinti di aver fatto la scelta migliore. Il Superbo crede di sapere meglio di voi cosa fa bene a voi o cosa va bene per voi. Questo è alla BASE della Superbia.

Questo significa instillare il senso di colpa introducendolo nell’animo del malcapitato. Dovrebbe suonare un allarme dentro di voi a questo punto. Tutto ciò significa: “Sei un figlio ingrato, noi ti abbiamo accontentato immediatamente e tu non sai apprezzare il nostro gesto. Sei anche un menefreghista perché non consideri i gusti di tua madre che ti è venuta incontro nel prendere un cane. Noi siamo buoni e tu cattivo. Tu non meriti nulla. Etc… etc…”. Ok? E ora pensate bene a quante volte accade, o è accaduto, nella vostra vita. Magari lo avete subito o lo avete commesso. Magari lo avete vissuto, non per forza dai genitori ma da qualsiasi altro.

In parole povere:

– Hai due genitori che ti hanno prontamente accontentato e tu non apprezzi il loro gesto

– Non consideri i gusti di tua madre

– Stai preferendo un essere vivente ad un altro essere vivente; questa è discriminazione

E poi…. attenzione bene…. c’è… l’inganno!

L’inganno dato dalla finta complicità del padre: mano sulla spalla, tono calmo e convincente, sguardo ammaliante.

(Tenete conto, inoltre, che un cane non è un giocattolino che dopo un mese si rompe e lo si cambia; un cane può vivere parecchi anni e, per parecchi anni, il ragazzo dovrà tenersi un cane che non desiderava)

Badate bene: tre sensi di colpa (più il tradimento del papà) in una sola frase, detta con dolcezza, pacatezza e cercando di convincere l’altro.

Questa è Superbia. La Superbia, come dicevo, di credere di saper sempre fare il meglio e meglio degli altri, la cosa più giusta, senza nemmeno ascoltare chi si ha di fronte e i suoi desideri fino in fondo. L’utilizzare le proprie capacità quasi astute (truffaldine) per ottenere ciò che si vuole, incuranti dei sogni e necessità altrui.

Questa è anche manipolazione.

Ora, è vero che palesemente il Superbo è una persona convinta, irremovibilmente, di essere superiore a tutti ma, quello che occorre capire, è che non sempre palesa questa sua convinzione attraverso un agire schietto e ben visibile che urta. La sua Superbia, in realtà, può passare totalmente inosservata ma viene comunque subita dalla nostra percezione, dalla nostra parte più intrinseca e, una volta recepita, rimane lì, e ci fa del male.

Riesce a farci del male perché può portare, all’interno di noi stessi, tanti messaggi ma tutti a sfondo negativo come: l’autosvalutazione, la sottomissione, l’insicurezza, la rabbia, l’avversione, la tristezza…

Adesso, dimenticandoci l’esempio del padre e del ragazzo che vuole il cane, c’è da dire però che, anche se può sembrare strano, spesso, un Superbo non si accorge di esserlo nel senso che stà, egli stesso, così facendo, appagando delle sue necessità. In modo sbagliato certamente ma questo c’è alla radice. La moglie che, ad esempio, manipola il marito, pur non accorgendosene, sente il bisogno di farlo per PAURA. E’ sempre, o quasi, la PAURA a governare. La paura che vada con un’altra donna, la paura di rimanere sola, la paura di venir sottomessa, la paura di non essere amata… e quindi, con Superbia, lo obbliga ad avere comportamenti che, secondo lei, le dimostrano amore. Lo tiene in pugno e, i suoi timori, sono placati. Un giro poco sano certo, ma questo è.

Vedete che meccanismo arzigogolato? Per questo occorre precisare bene cos’è la Superbia, perché non è soltanto quella conosciuta la maggior parte delle volte, ma nasconde anche, e soprattutto, questo aspetto. La Superbia può essere un’azione ma anche un vestito che si indossa e quindi cambia sembianze.

Non è facile riconoscerla prontamente, dal vivo. Siamo molto, troppo abituati a sentirci dire determinate frasi. Ponete attenzione. Ascoltate il vostro intuito. Quel piccolo, pungente, sentire nel vostro stomaco.

Prosit!

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L’Ippocastano – stai calmo che va tutto bene

Il suo nome scientifico, Aesculus Hippocastanum, deriva da “Hippos” ossia Cavallo e da “Castanon” ossia Castagna. Questo perché, soprattutto un tempo, era il tipico cibo dei cavalli in grado di renderli forti e attivi.

Per noi umani invece, le sue castagne, incredibilmente amare, non sono commestibili.

Molto più tondeggianti delle classiche che mangiamo, nascono in un riccio dalle spine più rade e più tozze, e meno pungenti.

Quando ero bimba, con questi frutti, un ago robusto e uno spago, creavo lunghe collane che tutta la mia famiglia era obbligata ad indossare per farmi contenta mentre, i suoi fiori bianchi a pannocchia, meravigliosi, erano perfetti per determinate decorazioni nelle mie attività ludiche.

Con questi suoi semi invece, dal punto di vista alimentare, si può produrre un’ottima farina ma solo se prima vengono accuratamente trattati da professionisti, altrimenti risultano tossici e soprattutto dall’effetto narcotico. Tuttavia, il loro impiego risulta interessante in ambito fitoterapico, poiché questi frutti sono ricchi di sostanze chimiche salutari come: l’Escina (antinfiammatoria e vasoprotettrice) e i Flavonoidi. L’eccellente azione del Castagno d’India, così viene anche chiamato, la si riscontra però in particolar modo nel suo essere drenante, in caso di edemi e gonfiori.

La mia vecchia zia, con la quale passavo le giornate, soleva dire che occorreva tenere in tasca, durante il giorno, tre o quattro Castagne di Ippocastano perché erano in grado di allontanare gli agenti patogeni responsabili del raffreddore e, devo dire, che molti anziani della sua età, usavano ricorrere a questo trucchetto per stare bene durante la stagione invernale.

Nella mia Valle di Ippocastani ce ne sono tantissimi, alcuni enormi e secolari, dall’aspetto imponente e capaci, in estate, di donare ombra a mezza piazza del paese. E’ infatti un albero molto resistente, che patisce poco il freddo, anche quello più intenso, e nemmeno soffre per la calura soffocante estiva. Può divenire alto, grande, forte. Dominante. Appartiene alla famiglia delle Sapindaceae e lo si trova in ogni zona d’Italia ma è, in realtà, originario dell’Asia ed è stato portato a noi solo nel 1500.

Simbolo di tanti paesi nel mondo e simbolo, ancora oggi ricordato, di Anne Frank e della sua famosa dimora, del quale tronco, la ragazza, aveva scritto molto nel suo diario.

L’Ippocastano però, attraverso il suo particolare linguaggio, simboleggia anche molto altro e qualcosa di parecchio poetico come l’amore eterno, duraturo, reso intenso dall’onestà e dalla sincerità e, le sue fronde, così maestose, donano un senso di protezione verso quello che è il sentimento più importante fra tutti.

La sua gemma, utilizzata come fiore di Bach, sta ad indicare “il fiore dell’anima”, ed è adatto alle persone che non sanno vivere il presente serenamente, godendoselo, bensì sono sempre proiettate verso il futuro, in uno stato permanente di ansia e del riuscire a fare tutto presto e bene. Si tratta di soggetti frettolosi e disattenti che non riescono ad apprezzare il momento. Persone che purtroppo non hanno nemmeno tempo di – porre attenzione – e, quindi, rischiano di commettere sempre gli stessi errori. La loro vita è come un binario e loro sono treni che sfrecciano veloci. Sono solitamente incapaci di fermarsi e riflettere ma, proprio l’Ippocastano, dona loro stabilità, serenità e pacatezza, risultando un perfetto punto di riferimento anche a livello psicologico.

E un punto di riferimento lo è anche fisicamente, quando nasce nelle vie o nei piazzali dei paesi. Non vi è mai capitato di darvi ogni giorno appuntamento sotto il perenne Ippocastano? A me si, tante volte. Ci si vedeva tutti lì, dalle altalene, vicino alla fontanella, sotto la sua folta chioma, per poi decidere che gioco intraprendere. E ai tempi mica sapevamo di essere sotto un albero così importante!

Addirittura l’Ippocastano, nella mitologia, rappresenta il Dio Thor, Dio nordico dei popoli germanici, noto per la sua forza leggendaria. Mica male no? Bhè… infatti, possente lo è anche lui, nonostante sia un vegetale, pensate che può raggiungere i trenta metri d’altezza! Potete immaginare quindi che radici solide può avere.

E cosa ci dice infine l’Ippocastano? Qual’ è il messaggio che porta? Ci dice di stare tranquilli, che tanto c’è lui e che per aiutarci, non ha bisogno di niente. Pensa a tutto da solo. Si preoccupa di tenerci sotto ai suoi lunghi rami, a far da nido a tanti animali, a rinfrescarci e a darci energia. A donare molto ossigeno, viste le sue strabilianti dimensioni, e ci invita a riposare, a calmarci, a soffermarci, a pensare a quanto, comunque sia, questa nostra vita è una meraviglia.

Prosit!

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