Quel pazzo di Hamer

E’ piccolo il libro di Giorgio Mambretti e Jean Séraphin intitolato “LA MEDICINA SOTTOSOPRA”. Appena 117 pagine e forse, per i primi approcci a tali argomenti, bastano e avanzano.

E’ un libro che parla di un modo nuovo, totalmente nuovo, di guardare una malattia o un malessere.

E’ un libro che trasforma persino il termine che ho appena citato. “Malattia” diventa “Benattia” andando a scardinare alcune memorie arcaiche che ci appartengono. Perché si sa, sono proprio loro, le memorie, a  creare tutto in noi. Sono i pensieri, consci e inconsci, a formarci.

L’uomo è quello che mangia! – diceva Ludwig Andreas Feuerbach, filosofo tedesco copiato poi da Naboru Muramoto nel suo libro “IL MEDICO DI SE STESSO”. Frase che ho sempre condiviso. Ma mia madre aggiungeva anche – L’uomo è quello che mangia… e anche quello che pensa! – e mica solo lei lo diceva. Tutti i più grandi maestri del passato, spirituali e di scienza, di fama mondiale, lo hanno detto conoscendo bene la Legge vibrazionale di Risonanza. La proiezione materiale del nostro pensiero.

“LA MEDICINA SOTTOSOPRA” è un libro che parla di un medico. Una figura ambigua lo si potrebbe definire. Per molti un ciarlatano radiato dall’albo, per altri un salvatore: si tratta di quel pazzo di Ryke Geerd Hamer.

Chi mi segue da tempo sa bene che non ho mai avuto intenzione di giudicare all’interno dei miei scritti, ne’ di schierarmi verso un movimento piuttosto che un altro. Mi piace semplicemente riportare, accendere luci e dire il mio parere. Quindi, senza lasciarvi troppo sulle spine, vi dico subito che a Hamer credo. Non m’interessa credere in lui come persona, può aver fatto la qualunque. Non mi interessa nemmeno credere in Gesù, il quale potrebbe anche non essere mai esistito in carne e ossa. Accolgo semplicemente un messaggio e provo a conoscerlo. Se mi rendo conto che può essere un buon insegnamento lo faccio mio. Lo metto in pratica.

Ma qual è il messaggio di questo amato e detestato medico?

Hamer nato a Mettmann nel 1935 e morto a Sandefjord nel 2017 dopo una vita di condanne, fughe, giorni passati in carcere e chi più ne ha più ne metta, ha cercato di dare un volto nuovo alla malattia e alla Medicina stessa. Quella occidentale soprattutto. In realtà non ha scoperto niente di nuovo ma andiamo con ordine… Si è anche prodigato nel dare soluzioni utili a chi ne aveva bisogno. Si possono tranquillamente leggere, su molti siti, gli strambi rimedi di ortica e ricotta che forniva a gravi malati di cancro… E già… su molti siti ma non su tutti.

Ad una più attenta supervisione e tralasciando le soluzioni considerate “barbine” dell’impavido medico, si può notare bene come il focus andrebbe fatto sul suo modo di osservare la malattia. Hamer infatti sosteneva che la malattia non è solo la realizzazione di un colpo di sfortuna o una disavventura genetica, bensì un conflitto interno non risolto che si manifesta attraverso un malessere del corpo più o meno gravemente. 

Questo tema è ben conosciuto dalla biologa e psicoterapeuta Claudia Rainville, madre della Metamedicina, e dall’insegnante Louise L. Hay. Vi consiglio di leggere tutti i loro libri.

Conflitti interni non risolti… beh, perbacco, questo è interessante. E se serbasse in sé una verità? Una verità che diventa – mia – non più di Hamer, cioè che dona – a me – una sorta di insegnamento.

In pratica, mi stanno dicendo che se soffro di Sinusite (come ho anche già scritto) non è solo perché ho preso freddo. In effetti tutti prendono freddo e no, non è ereditaria. Infatti sono l’unica in famiglia a soffrirne. E’ perché in realtà, sono vittima di una situazione/persona che non sopporto ma sono obbligata a tollerare. Tant’è che posso soffrire di questo disturbo per due o tre anni nella mia vita ma né prima ne’ dopo ne ho sofferto o ne soffro. La cosa inizia a farsi interessante.

Da dove nasce tutto questo? Nei nostri tempi recenti (in quanto dopo aver fatto, per anni, lunghe ricerche ho scoperto che certe teorie erano già più che approvate in luoghi, popoli e tempi antichi; per questo dico che Hamer, in realtà, non ha scoperto nulla di nuovo) nasce proprio da un evento che il dottor Hamer ha subito e gli ha cambiato la vita in tutti i sensi.

Il figlio di Hamer, il diciannovenne Dirk Hamer, venne colpito ad una gamba da un colpo di fucile sparato a quanto pare (ma il “quanto pare” si potrebbe tranquillamente togliere) dal Principe Vittorio Emanuele di Savoia da una piccola barca al largo dell’Isola Cavallo in Corsica. Vittorio Emanuele, che al momento del fatto era ubriaco, ha sparato diversi colpi contro alcuni suoi ospiti accusandoli di avergli rubato un gommone. Uno di questi colpi, sparati alla rinfusa, penetrò la gamba di Dirk che in seguito andrà in gangrena. Dopo un calvario durato circa quattro mesi, vari interventi, emorragie e infezioni che non guarivano, il giovane ragazzo morì lasciando un profondo dolore nel cuore dei suoi genitori e i suoi tre fratelli. Come a voler rincarare la dose di angoscia, pare anche che il Principe Vittorio Emanuele, dopo essere stato assolto a processo per mancanza di prove (era il 1978 e venne condannato solo per porto abusivo di armi, quindi la sua pena fu lieve) si sia persino vantato con un amico di averla “fatta franca”. Un po’ come a dire “oltre al danno, la beffa”. Tutto questo causò nel dottor Hamer un rancore così grande, una così forte rabbia, una così intensa voglia di vendetta che poco dopo gli diagnosticarono un tumore (un carcinoma) ad un testicolo. Anche la moglie di Hamer, Sigrid Oldenburg si ammalò di cancro e morì poco dopo.

Un momento del processo a carico di Vittorio Emanuele di Savoia accusato di omicidio volontario del giovane tedesco Dirk Hamer, Parigi, 1991. ANSA

Questa nuova visione della malattia citata in dottrine come la Psicosomatica, spiega che il tumore viene formato dal rancore. Colui che è rancoroso, non è da vedere come una persona – cattiva – come i nostri schemi mentali ci insegnano. Provare rancore significa anche, semplicemente, avere rimpianti, rimorsi, sopportare in continuazione situazioni che ci provocano profonda insofferenza e sentirci impossibilitati a cambiare le cose… Anche la persona più buona del mondo può provare rancore, magari proprio per se stessa, perché ogni mattina si guarda e non si piace, perché viene trattata come uno zerbino, perché non riesce a reagire, perché non è riuscita ad avverare i suoi sogni… Oppure, ovviamente, si può provare rancore nei confronti di un fatto particolarmente triste che ci è accaduto nella vita. Si può provare rancore inconscio verso un genitore dal quale si desiderava solo amore, si può provare rancore verso un Governo vessatore, verso un lavoro che non ci piace ma dobbiamo fare per poter vivere, mantenerci. La mancanza di una persona cara come un figlio, la non-accettazione di quella perdita e soprattutto il modo in cui quella perdita è avvenuta, può farci provare senso di rivalsa, sofferenza, ingiustizia, collera… sono tutte emozioni che vanno a nutrire il rancore, un sentimento più sopito, più profondo e nascondo, difficile da riconoscere ma assai grande e potente.

Ragionando, il dottor Hamer, ha iniziato a farsi delle domande. Non poteva lasciare i tre figli rimasti senza un fratello e ora senza nemmeno la madre. Non poteva morire anche lui. Doveva a tutti i costi far qualcosa. Doveva guarire. Suo padre, Heinrich Hamer, Pastore Protestante, lo introdusse a studi spirituali e, infatti, Hamer, oltre ad essere un medico era anche un teologo. Iniziò a mettere insieme le sue conoscenze, ad unire, anziché dividere, la scienza dalla spiritualità in un tutt’uno. Lui… era un tutt’uno.

Era proprio dai suoi testicoli che Dirk aveva preso vita. I testicoli simboleggiavano, senza ombra di dubbio, la sua paternità verso quel figlio perduto. Un figlio che, Hamer, non era stato in grado si proteggere secondo il suo – senso di colpa -. I testicoli sono l’emblema del maschio, del creatore, della forza, della protezione, dell’azione, di tutto quello che è maschile. E’ in loro che si forma il testosterone.

Claudia Rainville spiega che un problema ai testicoli può indicare un disturbato vissuto della propria mascolinità oppure una tristezza profonda nei confronti della propria paternità. Il senso di colpa nei confronti di un figlio, che può nascere per svariati motivi, può essere così forte da provare inconsciamente il desiderio di autodistruggerci. Addizionando a questo, come in tale caso, la tristezza incredibile per la grave perdita, tutto ciò diventa un conflitto massiccio dentro di noi, o meglio, dentro un padre. Un nodo duro, doloroso: il tumore.

Convincendosi sempre di più che il suo problema ai testicoli derivasse dal dramma vissuto, Hamer, capì presto che doveva ribaltare dentro di lui la situazione, ossia le emozioni provate. Se a far nascere il tumore furono emozioni di rancore, senso di colpa, vendetta, rabbia, frustrazione, etc… doveva allenarsi a provare l’esatto contrario. Doveva prima di tutto perdonarsi. Amare. Amare qualunque cosa. Amare persino la vicenda stessa. Doveva trasformare l’ingiustizia in giustizia sacra, la vendetta in perdono (per-dono, fare un dono a se stesso) la rabbia in pace, la sofferenza in accettazione. Doveva farlo per lui e per i suoi figli ma… col tempo, dopo aver visto che tutto questo funzionò, decise di farlo per l’intera umanità. Passando questo messaggio al mondo.

Le sue teorie, nonostante lo fecero guarire dal tumore, non avevano però alcuna valenza scientifica e vennero considerate pericolose dalla medicina. Si addebitano ad Hamer centinaia di morti. La scienza calcò pesantemente la mano con – …centinaia di morti innocenti che avrebbero potuto guarire se non si fossero affidati al metodo di Hamer… -. Elenca un bel numero di queste morti ma non le guarigioni, perché anche quelle ci sono state. Ne descrive solo i buffi rimedi e quant’altro.

In altri luoghi, però, si può notare come la casistica di guarigione di malattie considerate degenerative sia stata così impressionante da far vacillare gli edifici della Sanità.

Hamer ha fatto errori? Sicuramente! Ha detto cavolate? Sicuramente! Ma ha anche esposto un concetto.

Hamer spiega, come a livello di tensione o rilassamento della fase simpaticotonica o vagotonica del neoencefalo e del paleoencefalo, ci può essere un’evoluzione o una riparazione del conflitto.

Ricordate quando vi parlai del fatto che siamo formati da ormoni? Gli ormoni, o i neurotrasmettitori, vengono secersi dalle nostre ghiandole in base alle emozioni provate e vanno nel sangue, il quale va a nutrire tutto il nostro corpo. In base a cosa contiene il sangue nutrirà di conseguenza i nostri organi, le nostre arterie, tutto. Vi ricordate anche di quando vi dissi che emozioni negative “induriscono” (tensione) persino le molecole del nostro DNA che resta quindi compresso? Ecco, per Hamer, sarei stata una buona allieva.

Ma questo non mi interessa. Non mi interessa pendere dalle sue labbra, ne tantomeno pensare a lui come a un Dio che non sbaglia mai. Sono dotata di una testa e la uso, almeno dove riesco. Una cosa però è inequivocabile: ha fatto tutto questo per salvare se stesso e gli altri. Ha cercato di espandere questo insegnamento. Pensate davvero che lo abbia fatto per avere morti sulla coscienza? Per avere fama? Quella fama che lo ha obbligato a scappare, a nascondersi, a passare giorni in carcere, ad essere additato come un impostore? Un mistificatore? A non poter più svolgere la sua professione? Può anche essere… D’altronde, Oscar Wilde diceva – Di me… Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli -.

Ho messo alla prova le teorie di Hamer su me stessa. Con il mio corpo. Mi occupo di Alchimia Interiore, per cui, il suo insegnamento è stato condito anche da altre arti che conosco e pensare di poter guarire attraverso un metodo più energetico o spirituale che dir si voglia beh… è possibile. Ci sono stati momenti in cui ho dovuto ricorrere, come aiuto, ai metodi della nostra medicina, che ho sempre ringraziato nei miei articoli precedenti. E’ normale. Non si può pretendere di arrivare a fare un lavoro così eroico dall’oggi al domani. Non si può pensare di riuscire a conoscere il nostro subconscio nel giro di due giorni. La paura stessa, nei confronti di quella malattia che ci ha fatti vittime, ci blocca, nonostante la nostra fermezza di voler procedere in tal senso. Sono le nostre memorie e sono più potenti di noi, ci conoscono da quando siamo nati.

Ciò che è importante fare è avere un interessamento verso questo modo di osservare il disturbo perché, quantomeno, si può migliorare di moltissimo:

1) si possono prendere meno farmaci

2) si può guarire a monte e non a valle, dalla sorgente… e quindi sradicare quel conflitto in modo che il malessere non arrivi più, anziché farlo tornare di tanto in tanto (secondo di che malessere si tratta)

Sciogliere il conflitto, in pratica, evitando così di secernere in continuazione determinati ormoni visti i traumi subiti in passato.

Quella che noi chiamiamo – malattia – è un rimedio che il cervello fa entrare in azione attraverso un programma biologico per la sopravvivenza dell’individuo. Il cervello non fa differenza tra un qualcosa di reale e un qualcosa di immaginario. Se continui a dire frasi come – Questa situazione non la digerisco! Questa cosa mi è rimasta sullo stomaco! Quella persona non la mando giù! – e provi davvero questi stati d’animo, ecco che il tuo cervello cercherà il modo di secernere nel tuo stomaco più acidi, come l’acido cloridrico che ha un potere digestivo molto potente, per poterti permettere di digerire. Da qui, tutta questa emissione di sostanze acide, possono far insorgere: bruciori di stomaco, cellule tumorali, ulcere.

Continuare a prendere il Gaviscon o il Maalox (ringraziamone l’efficacia in caso di bisogno, per carità) ti aiuta ma non risolve il conflitto alla radice. Era infine questo il messaggio di Hamer, le soluzioni che il tuo cervello realizza. Messaggi… come vengono chiamati dalla Rainville in “OGNI SINTOMO E’ UN MESSAGGIO”, un suo bellissimo libro.

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Creare maledizioni – il Numero Sette

TRA SCONGIURI E SCARAMANZIE 

In diversi contesti vengono utilizzati gesti scaramantici o ci si riconosce superstiziosi, tra questi, lo sport, è sicuramente uno di quelli più ovvi.

Molti sportivi eseguono dei piccoli riti o custodiscono persino degli “amuleti” ma seguono anche una specie di regole (piccoli riti) per sconfiggere quelle che sono riconosciute vere e proprie maledizioni.

Nel gioco delle bocce ad esempio, sport poco seguito e poco praticato, esiste un anatema conosciuto ormai da tanti anni al quale si crede ciecamente e voglio usarlo per spiegare queste maledizioni siamo noi stessi, in qualche modo, a crearle.

Una maledizione, cioè un significato inerente ad una determinata cosa, in questo caso negativo (male – edizione), è una vera e propria eggregora e cioè una forma-pensiero (collettivo).

Immagina quindi una specie di nube energetica, che ha una sua potenza, creata proprio dalla credenza di alcuni e resa concreta per il fatto che il pensiero e l’emozione creano. Quindi esiste. Ha una sua forza. Ma questo non significa che non possa essere sconfitta o nulla si può fare contro di lei.

IO NON CONOSCO L’ESISTENZA DI QUELLA COSA 

In pratica esiste se si crede che esiste. Così facendo la si nutre. Il nostro pensiero va a nutrire la sua vita ed essa, ovviamente, appare nella nostra realtà facendosi riconoscere. Se invece non la si conosce, perché non se ne si considera l’esistenza, essa non può venir proiettata nella materia. Siamo noi a darle o non darle concretizzazione.

Ma torniamo al gioco delle bocce. Un gioco praticato prevalentemente da persone anziane. In questo gioco a squadre (individuale, a coppie, a terne o a quadrette) si deve arrivare a 13 per vincere la partita e, in ogni mano, si possono fare 1 o più punti. La prima squadra che arriva a 13, naturalmente, vince. Questi giocatori sono convinti che arrivare al numero 7, durante il percorso verso la vittoria, sia una disgrazia. Il numero 7 è chiamato “la sedia”, cioè significa che chi arriva lì si siede e non si alza, ossia non va avanti con il punteggio. Pertanto tentano il tutto per tutto; se ad esempio sono a 6, provano a fare 2 punti anziché 1 e andare così a 8 saltando il 7. Patiscono questo numero che reca a loro una brutta situazione. Sono le loro memorie a suggerire questo anche se si parla di una situazione non certo grave.  Per alcuni è seria ma altri la prendono sul ridere. Dipende anche da cosa c’è in palio.

Ebbene, comunque sia, così facendo, danno forza e vigore a questa maledizione attraverso il loro pensiero e la loro emozione. La nutrono. Ed essa… si avvera, si concretizza.

IL SETTE – LA SEDIA

Sono tante, tantissime, le partite a bocce che ho visto finire 13 a 7 e il perdente era invece colui che stava vincendo a inizio gara. Ma, finendo sul 7, è rimasto fermo lì permettendo agli avversari di andare avanti e trionfare.

Quando entrambe le squadre vanno a 7, è come se la maledizione si estinguesse, non ha più valore. Una delle due deve pur andar avanti. E mi sembra ovvio voglio dire. Oh già! Hanno tutti i loro arzigogoli scaramantici.

La cosa buffa è invece osservare quello che accade quando un giovane si cimenta in una partita a bocce. Egli non sa nulla di tutto ciò. Non conosce le dicerie e gli usi dei giocatori più anziani. Forse non ci mette neanche la stessa loro passione ma, soprattutto, non sa nulla del numero 7. Per lui è un numero come tutti gli altri. Un numero normalissimo che arriva dopo il 6 e prima dell’8. Se si trova a 6 e fa solo 1 punto arrivando a 7 è più che contento perché, comunque, va avanti.

Infatti, in quei casi, e anche in questo frangente, posso dire di aver visto accadere questa cosa molte volte e averla persino vissuta in prima persona (ebbene sì, ogni tanto gioco a bocce) la maledizione non avviene. Non esiste. Come a non aver potere.

Da 7 punti passano tranquillamente a 8, o a 9, o a 10 (in una sola mano si possono fare più punti).

IL RAGAZZINO E LA CONDANNA

Tempo fa mi capitò di assistere ad un evento curioso. Un ragazzino iniziò a frequentare la bocciofila del mio paese per seguire il nonno al quale era molto affezionato. Si dimostrò fin da subito bravino nel gioco delle bocce e si impegnava parecchio. Riusciva ad aiutare i suoi compagni di squadra e facevano punti ad ogni mano.

Per lui la maledizione del 7 non esisteva. Non ne aveva mai sentito parlare e, infatti, andava sempre avanti. Col tempo però, continuando a giocare, la storia del numero protagonista venne alla scoperta.

Iniziò a conoscere i vari trucchi, le tecniche, i modi di dire di questo gioco e anche le superstizioni che lo condivano. Rimase assai stupito della storia del numero 7 e quando con la sua squadra arrivava a 5 o a 6 faceva di tutto per evitare il numero “dannato” come ad allearsi totalmente ai suoi compagni. Questo fece si che la maledizione iniziò ad essere nutrita anche da lui che cominciò ad esserne anch’egli vittima. L’eggregora non lo risparmiò.

E dire che il numero 7, in molte discipline e in varie filosofie, ha un significato molto bello e potente.

LA SACRALITA’ DEL NUMERO SETTE

Significa infatti:

7 sono i giorni della settimana, i pianeti del nostro sistema solare, i colori dell’arcobaleno, le piaghe d’Egitto, i doni dello Spirito Santo. 7 è anche il simbolo della Completezza dell’uomo.

Ma quando ad una cosa gli si vuol dare un senso negativo, essendo che noi abbiamo un potere che non contempliamo, ecco che questo avviene.

Cosa fa avvenire ciò è semplicemente la proiezione del nostro intento, del nostro volere, nella realtà e questo argomento è importantissimo per comprendere come possiamo realizzare nella nostra vita quello che vogliamo. Questo meccanismo, infatti, non funziona solo verso le cose negative ma anche per quelle positive!

La domanda importante da porsi è:

Perché con gli anziani questa maledizione è come se avesse un vero potere ma a chi non ne sa nulla essa non crea alcun danno?

Da qui si aprono molti scenari che toccano diversi punti come la sfiga o la fortuna, il pericolo concreto, le dicerie, i proverbi… ma dobbiamo capire che siamo sempre noi gli scrigni che contengono il potere. Noi conserviamo quel nutrimento e possiamo decidere verso cosa dirigerlo o meno.

Prosit!

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Se la pensi lei ti pensa

…che poi, io lo so che ci sono momenti in cui ti penso così forte che ti par di sentirmi…

Se pensi intensamente ad una persona, essa sentirà in qualche modo il tuo “chiamare” e, di conseguenza, ti penserà a sua volta. Le verrai in mente. Puoi persino “romperle le scatole” se diventi insistente. Oh già!

Se non credi che questo sia possibile puoi provare, non ti costa nulla.

Ciò che ti serve è solo un ingrediente in più oltre alla mente (sede del pensiero). Cioè ti serve anche il cuore (sede, invece, delle emozioni).

In realtà bastano le vibrazioni mentali e cioè prodotte dal Corpo Mentale ma per un effetto assicurato, se al pensiero si aggiunge l’emozione, è cosa fatta.

Non importa che tipo di emozione. Una persona puoi detestarla o amarla ma lei sentirà il tuo richiamo.

Non capirà cosa le stai chiedendo, a meno che non ci sia tra voi un legame particolare e nutrito da sensibili frequenze, come a volte accade dove uno percepisce che l’altro, ad esempio, gli sta chiedendo aiuto ma, come ho detto, gli verrai in mente e più sarà forte quel pensiero e più rimarrai nella sua testa.

Ogni tipo di rapporto nutre ulteriormente questo meccanismo: tra amici, tra marito e moglie, tra fratelli, tra genitore e figlio ma prende forme anche con chi, magari, hai litigato per un parcheggio due ore prima ed è un emerito sconosciuto.

Quante volte ci capita di pensare a qualcuno e lui ci telefona? Oppure ci scrive un messaggio? E quante volte ricordiamo un tizio che non vediamo da molto ed eccolo spuntare all’improvviso tra le vie del nostro paese?

L’aggancio di vibrazioni che si forma è reale, semplicemente perché sia i pensieri che le emozioni sono un insieme di vibrazioni… reali!

Ti sei mai chiesto cosa davvero siano queste vibrazioni? Ti ricorderai, se mi leggi spesso, quando dissi che da impulsi elettrici diventano chimici all’interno del nostro corpo e, soprattutto, sul palcoscenico del nostro sistema nervoso. Proprio come gli input, i ricordi, le memorie…

Ad esempio, se tu ti scotti prendendo dal fuoco la caffettiera senza la presina, la volta dopo, mentre stai per compiere lo stesso errore, un avviso arriverà al tuo cervello ricordando che compiendo quella mossa ti sei ustionato e hai sentito un gran male e, quell’avviso, non è altro che un insieme di piccolissime, minuscole particelle che portano un messaggio (passatemi il linguaggio semplice comprensibile a tutti).

Le stesse, o simili, che trasportano un pensiero o un’emozione fuori e dentro di noi e che assumono il nome di – onde vibrazionali – o energetiche. Ossia, non è che smettono di esistere al di fuori del nostro corpo. Vibrano formando come dei cerchi attorno a noi e si irradiano. Puoi immaginare quelle delle calamite che sono magnetiche.

Siamo un grande centro propulsore di impulsi elettrici soltanto perché siamo vivi e la vita è movimento. Il tuo corpo, le tue cellule, i tuoi ragionamenti, i tuoi stati d’animo, i tuoi organi producono ogni istante un “movimento” e, il movimento, è energia.

L’energia non è un oggetto. Non è un qualcosa di statico appoggiato su un comodino e con confini propri. E, se proprio dobbiamo dirla tutta, neanche gli oggetti sono completamente immobili essendo formati da molecole e quindi da atomi. Ma se si vuole fare un paragone si può prendere un semplice vaso. L’energia NON è un vaso. L’energia si spande, si muove, va avanti, torna indietro. È un insieme di frequenze che ci circonda.

Se io emano frequenze gialle, come scientificamente accade, esse andranno ad agganciarsi con frequenze simili e cioè gialle o quasi. Ma non solo. È un po’ come se io, la mia energia, pur spargendola ovunque, la potessi anche in parte indirizzare in modo mirato. Per cui, se io penso intensamente a Pincopallino, partiranno da me onde energetiche che andranno da Pincopallino, lo circonderanno, entreranno in lui e lo riempiranno della mia immaginazione che lo riguarda. Stessa cosa vale per quando si ha un’idea e il proprio amico risponde – Stavo giusto pensando alla stessa cosa! -. Ripeto che non si esclude la complicità tra due persone dove questi fenomeni appaiono più frequentemente e più potenti ma, con il pensiero o il ricordo, puoi davvero “richiamare” chiunque o qualsiasi cosa.

Così, quando una persona non riesci a togliertela dalla testa, sappi che potrebbe anche essere “colpa” sua e non solo tua che ti consideri ossessionato! Potresti tranquillamente dirle di lasciarti vivere un po’ in pace! Di non pensarti più! Io sorrido perché, scherzosamente, mi è capitato un sacco di volte. In bene ma anche “in male”, ahimè!

Alla fine di questo concetto puoi anche capire la potenza che hanno il pensiero e le emozioni nella tua immaginazione quando crei, in generale, la tua vita. Giorno dopo giorno. Produciamo vibrazioni che creano come dei minuscoli mattoncini.

Ricorda: i pensieri e le emozioni sono vivi! Sono “cose” vive e hanno una loro forza.

E ora che hai finito di leggere pensa pure a chi vuoi tu e sii educato… non rompere le scatole a nessuno!

Prosit!

Dimentica i tuoi sogni se vuoi che si avverino

SEMINARE IMPEDIMENTI

Siamo cresciuti con l’idea di usare la determinazione, la costanza e la volontà per avverare i nostri desideri. Siamo cresciuti con l’intento di nutrirli e coltivarli per farli materializzare nella realtà e tutto questo è giusto, un metodo fantastico per poter ottenere quello che si vuole. La nostra mente però lavora in un modo davvero particolare e a noi spesso sconosciuto.

Ci sono dei particolari importantissimi che devi tener da conto.

Molte filosofie spirituali sono le prime a dire di immaginare quella cosa e quella cosa accadrà. Questo mi trova d’accordo ma occorre fare i conti con il nostro inconscio (che non riusciamo a vedere) oltre che con il conscio. Le stesse dottrine indicano infatti che non si otterrà ciò che si vuole ma ciò che si è. Al fine di realizzare un sogno serve pertanto il matrimonio tra il pensiero, cioè l’immaginazione, e l’emozione intrinseca che lo accompagna con la quale non si intende la gioia, che si può provare volando sulla nostra nuvoletta rosa, bensì si intende l’emozione che indica quello che proviamo per noi in base al desiderio. Ad esempio, se io immagino di diventare una star ma nel mio inconscio non mi sento all’altezza, non mi sento degna di tanta fama, ho paura ad affrontare una situazione così, temo il giudizio degli altri, mi spaventa il pubblico, etc… l’emozione che si scaturisce è quella dell’impedimento.

NON TI MOLLO!

Allora cosa succede se continuo a pensare a quel sogno? Succede che per prima cosa lo inquino. Ebbene sì. Senza rendermene conto, lo inquino del timore che non si possa avverare. Lo inquino di preoccupazione. Lo sporco di orpelli sciocchi e mentali, di schemi mentali sbagliati che mi appartengono. Lo sporco di speranza che, anche se può sembrare tanto carina e poetica, la speranza è proprio l’inverso della certezza. Colei che ti tiene in sospeso e non realizzato.

Ma soprattutto lo trattengo. Lo trattengo lì, nell’immaginazione, e non gli permetto di concretizzarsi nel mondo delle forme. Lo trattengo come se dicessi – Prima o poi ti avvererai – e l’Universo risponderà – Si, prima o poi, prima o poi… -. Quando? Boh… prima o poi

Trattenere un sogno e continuare a definirlo “sogno” significa non avere fede. Non darlo per certo, non darlo come già avverato. Se fosse già avverato continueresti a immaginarlo? No! Continueresti a chiamarlo – sogno -? No! Ed é proprio questo che devi fare. Non sognare più, già ce l’hai, che ti sogni ancora? Che ti struggi?

Perché continuare a nutrire aspettative? Così facendo continuerai ad aspettare, come dice la parola stessa.

Immagina di essere alla stazione e stai fremendo perché sei molto in ritardo ma il treno non arriva. Inizi a pregare il treno, speri di vederlo spuntare in fondo al binario, tra te e te pensi alle peggio cose verso le Ferrovie dello Stato e, dentro, lo stomaco vibra, i muscoli sono tesi, la rabbia sale. Ma poi ecco che, finalmente, il treno arriva e tu puoi salire, sbuffando collerico. Ti siedi sul sedile e stop. Il macchinista accelera e riprende il giusto tempo. Se ti osservi noti che non stai più pregando, non stai più immaginando nessun vagone spuntare sui binari, la rabbia si sta dissolvendo e i muscoli si rilassano. Il treno ora c’è. Non hai più bisogno di quelle emozioni che hai provato prima. Perché dovresti desiderare un treno se già ci sei sopra? Bene, per il “sogno” funziona allo stesso modo.

OK, BASTA, NON TI SOGNO PIU’

Lo so che è difficile. Per questo, molti desideri, e soprattutto quelli ai quali teniamo di più, spesso non si avverano. Continuiamo a desiderarli con le unghie e con i denti.

Lascia andare… lascia andare… lascialo andare quel sogno, liberalo, permettigli di trasformarsi in realtà.

Se lo molli, grandi forze energetiche potranno prenderlo, coagulandolo in loro e potranno poi ridartelo sotto forma di materia, nella tua vita.

In pratica, stai facendo tutto tu e se ti rendi conto di questo potrai migliorare la situazione.

Se proprio non riesci a non pensare a questo tuo grande desiderio, almeno immagina di viverlo già e di volerlo migliorare ulteriormente. Se stai pensando al lavoro dei tuoi sogni, fai finta di svolgerlo ma di voler fare di più. Fatti venire un’idea eccezionale, pensa a come ti muoveresti in quel campo, oppure come potresti risultare unico in quella mansione o, ancora, quanto ti ha fruttato la tua ispirazione.

Il tuo grande sogno ormai si è già avverato, rifletti su un altro se proprio non puoi fare a meno di pensare.

Puoi tornare su di lui solo ogni tanto, come per controllare che tutto vada bene. Come a guardare se la sua realizzazione stia procedendo per il meglio ma, poi, levati di nuovo da lì. Vai a farti i cavoli tuoi. L’Universo sa gestire benissimo da solo questa situazione che gli hai donato.

NON DIRLO IN GIRO

Infine, permettimi di darti un ultimo consiglio.

A meno che tu non abbia a che fare con persone veramente capaci nella Legge dell’Attrazione, ti consiglio di non svelare troppo agli altri il tuo desiderio. Nemmeno alle persone che ami. La mia non è scaramanzia ma è qualcosa di più grande e potente. Purtroppo, inconsapevolmente, anche gli altri, pur volendoti bene, possono inquinare il tuo sogno. La loro potrebbe essere una legittima preoccupazione, oppure paura nei tuoi confronti. Per loro questo si chiama amore ma, in realtà, stanno mettendo limiti alla realizzazione del tuo desiderio sporcandolo con le loro emozioni negative. Per questo ti converrebbe tenerlo per te.

Non sei l’unico ad avere potere. Anche gli altri ne hanno. In realtà nessuno potrebbe sporcare il tuo sogno ma il problema risiede nel fatto che tu, non vivendo come spirito e completamente padrone di te stesso, permetti alla tua mente, senza accorgertene, di dar retta e peso alle loro parole. Per evitare tutto questo lavora da solo. Avrai tempo dopo di dire agli altri della tua splendida realizzazione.

Prosit!

ph cocooa.com – superarelatimidezza.it – padovaoggi.it – nospensees.fr – esc-evolvere.it – ilbaracucco.com

Ti spiego perché fai del bene ma ricevi del male

L’INTENTO NASCOSTO

Quello che leggi nel titolo l’ho già spiegato molte volte ma forse in modo troppo generico e senza dare alcuni suggerimenti importanti da prendere e mettere in pratica come se fossero esercizi. Un allenamento vero e proprio per te che fai sempre del bene ma ricevi dagli altri il male, un male che indossa diversi abiti: lo sfruttamento, l’approfittamento, la presa in giro, il tradimento, l’assenza di ringraziamento, etc…

Vedi, tutto risiede in un punto ben preciso del tuo essere. Sì, hai capito bene, anche la reazione “sbagliata” degli altri nei tuoi confronti, risiede proprio lì, in quel punto assolutamente fondamentale ma nascosto. Forse, non è proprio così nascosto ma passa inosservato.

In pratica, tutto sta nel tuo INTENTO.

Ora ti spiego. Sai cos’è l’intento? L’intento è il movente che ci fa compiere tutto ciò che intendiamo compiere. Prendere una decisione, fare una cosa, dire una parola… Arriva persino prima del pensiero, pensa. A volte, magari, preferiamo agire diversamente dal nostro intento ma, il nostro intento, comunque, risiede in noi. Se io volessi mandarti a quel paese, ad esempio, ma per il quieto vivere lascio perdere e sto zitta, quel “vaffanculo” (mi si perdoni ma rende l’idea) dentro di me continua ad esistere. E rimane lì. Scusa se cambio un attimo discorso ma mi preme dirti che, al centesimo “vaffanculo” non detto, potrebbe venirti un mal di gola tremendo eh!

Ma torniamo all’intento, quel punto massimo, quello che può, quello che decide, hai capito quindi cos’è? Quella forza che ti fa muovere. Quella intrinseca. E può effettuare scelte sia positive che negative.

SII SINCERO

Bene, ora, per andare avanti ho bisogno di tutta la tua sincerità. Per favore, togli un attimo tutte le maschere che a volte sei costretto ad indossare e leggi con il cuore le mie parole. Tanto non ti sta vedendo nessuno. Spogliati di ogni imbarazzo e guardati dentro con occhi sinceri perché dovrai rispondere la verità alla domanda che sto per farti.

La domanda è: nel tuo più profondo, perché hai sempre così tanta premura nei confronti degli altri? Cosa si muove davvero dentro di te?

Se risponderai a te stesso, in modo ben ponderato, potrai osservare che un mondo nuovo si sta aprendo dentro di te. È un mondo che è sempre esistito ma che celavi inconsciamente perché lì risiedevano cose che non ti andava di guardare. Guardale adesso, in tutta tranquillità, tanto ci sono io e ti potrò dare un valido aiuto per modificare in meglio questo lato della tua vita.

In questo mondo, rispondendo onestamente alla domanda, noterai che esistono tanti motivi. Io te ne elenchero’ qualcuno, ma sarai tu che dovrai fare lo sforzo di sentire quale ti risuona dentro o cercarne dei nuovi. Solitamente, mi duole dirtelo, ma in realtà è un bene, quello che più ti infastidisce o rifiuti, è proprio il motivo che più ti appartiene. Eccone diversi:

– perché i miei genitori mi hanno insegnato a fare così e se facevo così ero apprezzato da loro.

– perché facendo così dimostro di essere una bella persona e piacero’ agli altri. Ho bisogno di piacere agli altri.

– perché facendo così mi assicuro una ricompensa, una sorta di premio.

– perché facendo così distruggo la sofferenza degli altri. Io odio la sofferenza, la tristezza e tutte le emozioni negative.

– perché facendo così mi metto nella posizione del brav’uomo e nessuno farebbe mai del male ad un brav’uomo.

– perché facendo così ho più possibilità di essere amato, visto. Le persone pendono sempre dalle labbra di chi le salva.

– perché facendo così dimostro la mia rettitudine, la mia onestà e mi sento pulito davanti alla mia coscienza.

– perché facendo così vengo giudicato bene e non male dalla gente.

Questi, come dicevo, sono solo alcuni esempi. Ora dovresti rispondere. So bene che certi possono sembrarti biechi, subdoli e sporchi ma così è, o potrebbe essere, e non devi sentirti in colpa. Sei semplicemente un essere umano che, come tutti, ha dei bisogni. Ognuno diverso, ma che discendono sempre dalla mancanza d’amore. Quindi, sii corretto con te stesso e ammetti il perché ti prodighi tanto per gli altri. Non nasconderti dietro al – Mi piace vederli felici! – perché tu puoi mentire a te ma non all’Universo e, se ricevi del male dagli altri, vuol dire che un motivo c’è e che ora ti spiego.

SE NON E’ AMORE CHE AMORE E’?

Tutti gli esempi che hai letto, per belli che possono essere, non contengono amore incondizionato. Nessuno di quelli che ho scritto. Non contengono generosità pura (figlia dell’amore) e non contengono entusiasmo. Ora ti dirò una cosa che forse ti lascerà interdetto. Lo sai che a volte nemmeno per un figlio si fanno cose piene soltanto di amore incondizionato?

Lo sai che la maggior parte delle volte che si dona una moneta ad un mendicante, in realtà, la si dà più per il giudizio della gente (mendicante compreso) attorno a noi, che per il nostro cuore traboccante di amore puro?

Ma veniamo al sodo. Tutti questi motivi, che possono anche contenere della generosità ma è una generosità appannata, sono gli intenti di cui parlavo prima. E sono sinceri e senza orpelli. Nessuno li vede, stanno dentro di te e tu hai imparato, negli anni, per sopravvivenza, a camuffarli bene. Il problema però è che la risposta da parte degli altri (del mondo) riguarda proprio il tuo intento, pertanto, se nel tuo intento non c’è stato puro amore non riceverai puro amore bensì ciò che hai mandato come messaggio intenzionale, raddoppiato, affinché tu possa vederlo bene. Perché ricevi inganni? Perché tu per primo hai ingannato. Magari hai ingannato te stesso. Perché ricevi dei – No -? Perché tu per primo hai detto – No – al rispetto verso di te, quando hai dovuto abdicare davanti a un bisogno che ti pareva più appagante. Perché neanche un – Grazie -? Perché non sei stato generoso, hai solo risposto a un dovere.

Tu vali quello che dai non quello che ricevi. Il valore sta nel tuo gesto, quello che ricevi è solo una conseguenza di quello che hai dato, o meglio dell’emozione che permeava ciò che stavi dando in quel momento. Capisci?

Inoltre, se ti aspetti dagli altri un – Grazie – o un – – è come se attendessi in cambio un qualcosa, pertanto, è come se il tuo interesse fosse focalizzato lì, su quel qualcosa, nulla a che vedere con il puro amore!

LA VOGLIA DI CAMBIARE

Ma come fare a diventare veramente generosi e ricevere così generosità vera, gratitudine sacra, regali, favori e molto altro? Ti sembrerà strano ma, come per tutte le cose, occorre allenarsi.

Inizia con cosine piccole. Dalle o falle, al prossimo, anche se non ti vengono chieste. Inventa dei modi per far del bene, per far nascere un sorriso. Fai della beneficenza, a piccole dosi, senza farlo sapere in giro. Prova, più avanti, a donare uno sguardo dolce e sincero proprio a chi detesti.

All’inizio, tutto questo, prima di passare dal cuore sarà solo mentale e potrà sembrarti strano se non addirittura fastidioso ma, col tempo, ti abituerai.

La regola numero 1° è quella di mettersi nei panni di chi riceve. Ossia, tu cosa proveresti se ricevessi quella determinata cosa? Ecco, devi creare la stessa situazione. Ipotesi: se arriva una persona da te che hai un ristorante e ti chiede un panino ma ti dice che non può pagare, dovresti fargli il panino più buono e più grande del mondo. Lo stesso sandwich che vorresti mangiare tu affamato. Dona quindi ciò che ti renderebbe molto gioioso. Cerca di provare le stesse sensazioni. Fai finta di essere tu quello che sta ricevendo e invece sei il donatore. Naturalmente, un domani, saprai valutare. Non ti sto dicendo che devi andare in malora per aiutare gli altri. Ti sto suggerendo alcuni metodi e le sensazioni che devi imparare a provare nel tuo cuore.

Tutto ti tornerà indietro e moltiplicato, così funziona. Non aver paura.

I primi tempi, lo scombussolamento delle tue frequenze, potrebbe creare un po’ di confusione e potresti vivere situazioni peggiori di quelle antecedenti ma continua, non demordere. Pian piano tutto si stabilirà a tuo favore. Vedrai che presto, quando sarai tu a chiedere un piacere, ne riceverai il doppio e di bellissimi. E, soprattutto, dati con gioia senza nessuna pesantezza.

Buon allenamento e preparati a ricevere il meglio. Sta arrivando!

Prosit!

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Perché parliamo di Follia come se fosse una cosa Magica

A.A.A. FOLLIA CERCASI

Abbiamo letto spesso varie citazioni riguardanti i folli o la follia. In ultimo, quella di Steve Jobs che immagino tutti conoscete – Siate affamati, siate folli -.

Ne abbiamo fatto una sorta di motto prediletto, volendo andare un po’ contro corrente e comprendendo che, alla fine, molte delle persone considerate “matte” in altri tempi, erano in realtà pionieri di visioni che oggi andiamo ricercando, sgomitando tra schemi mentali e oppressioni che ci ingabbiano.

Ci siamo così ritrovati a voler essere folli. A voler passare come folli, come originali, irrazionali, unici… ma se mentre la maggior parte della gente collega il folle al pazzo, a colui cioè che non sta alle regole, che non vive guidato da schemi e che abita un mondo tutto suo, è bene comprendere che cosa significa anche, e più in profondità, essere folli. Perché, al di la’ di tutto quello che si può credere su Alda Merini (classico esempio) sarebbe davvero bello se tutti riuscissimo ad esserlo! E qui vi porto a delle mie personali riflessioni, forse un po’… folli.

La parola “folle” deriva dal latino “follem” e significa “pallone”.

Il pallone è un oggetto rotondo che rotola, rimbalza e va via. Può fare salti anche abbastanza alti, oltrepassando ostacoli e potendo così: VEDERE OLTRE.

Vi sarà sicuramente capitato di sentir pronunciare la frase – Avere la testa nel pallone -. Lo si dice a chi sembra confuso, disattento, assente… un folle in pratica! In quel momento più che altro.

DAL GELATO AI PASCOLI INCONTAMINATI

Il folle è proprio colui che riesce a vedere cose che altri non vedono. Un esempio di folle? Un bambino! I bambini sono tutti folli! Come simpaticamente racconta anche il Dottor Mauro Scardovelli in un suo video, un giorno, a un gruppo di bambini venne fatto vedere un cono gelato e venne chiesto loro – Che cosa vedete? -.

Naturalmente, dapprima, i bimbi risposero in coro – Un gelato! – ma quando gli venne chiesto ancora – E cos’altro vedete? – ecco che la loro fantasia iniziò ad accendersi, lentamente, ma mai fuori luogo.

Nessuno nomino’ alieni o sottomarini, ma iniziarono a parlare di gusti… e poi di latte… e poi di mucche… e poi di un prato verde…. andarono oltre, molto oltre, ma arrivando al principio. Al principio di tutto. Al principio di quel semplice, banalissimo gelato.

Ora, se dentro di me porto ad esempio il demone dell’invidia, sarà normale incontrare persone invidiose. Qualcuno dovrà pur farmelo vedere e dovrà pur farmi capire quindi come vivrei meglio senza quel mostro al mio interno.

Sarà così che, anziché prendermela con chi mi invidia, fermandomi lì, proverò anche a guardare oltre. Cosa mi sta suggerendo il comportamento di questa persona? Cosa rispecchia di me? Mi farò diverse domande, andando oltre, appunto. Oltre la banalità e quel che sembra, ma arriverò al principio, cioè dentro di me, dove tutto nasce e tutto si crea. Entrerò nella mia matrix (“matrice” che dal latino significa “madre – utero”). Entrero’ nell’inizio.

In questo modo avrò un sensore (in quanto dire pensiero è sbagliato perché riguarderebbe la mente) animico, cioè dell’anima. Infatti, quando si dice di guardare oltre, si dice anche, utilizzando dei sinonimi, di guardare: con gli occhi dell’anima, o di Dio, o di un bambino.

VIVERE COME SE’ SUPERIORE

Avete occhi ma non vedete, avete orecchi ma non sentite! – (Gesù)

Praticamente, avere un senso animico è  ben diverso dall’avere un pensiero duale e cioè che divide, mentre invece dobbiamo osservare un tutt’uno, perché è il Tutto e l’Uno. Solo.

Perché c’è differenza dal vedere e il percepire, dal sentire e il percepire, dal riflettere e il percepire. Dobbiamo essere. Accogliere. Essere con la pelle, con gli occhi, con le mani, con le orecchie, con ogni cosa… come un folle.

Un folle vive pienamente ciò che percepisce. Non nasconde, come chi non è folle, le sue emozioni. Il suo corpo stesso si muove in maniera diversa. Le espressioni del viso, la sua voce solitaria. Il folle non ha maschere e capisco bene che le maschere possono anche essere utili, a volte, ma non lo sono nei confronti di una personale evoluzione soprattutto perché, molto spesso, le maschere le usiamo addirittura con noi stessi.

La follia è magica perché ci avvicina al divino, ci permette di vivere ciò che siamo realmente, ci permette di essere bambini. Senza “immondizia” sopra i nostri cuori ad affaticarci il respiro.

Togliendo tutto ciò che ci “sporca” non può che divampare la magia che già è in noi e che magia non è, ma così la chiamiamo perché ci appare stupefacente a confronto di quello che siamo obbligati ad affrontare ogni giorno.

Ecco perché dovremmo davvero essere tutti folli. Almeno un po’.

Prosit!

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Mi Dispiace. Perdonami. Grazie. Ti Amo. Felicità.

Ogni giorno della mia vita, da due anni a questa parte, recito nella mia mente queste parole “Mi dispiace. Perdonami. Grazie. Ti amo. Felicità.” A volte una sola volta al giorno, a volte di più. A volte non le ricordo nell’ordine, quell’ordine glielo cambio ma l’effetto è lo stesso. Lo dico prevalentemente quando esco al mattino a portare fuori il mio cane per la passeggiata. Guardo il cielo e, quasi involontariamente, non mi costa davvero nulla, ormai fanno parte di me, le recito. Mi vien da pensare a loro quando vedo un particolare spettacolo naturale che mi riempie di emozione. Potrebbe essere anche solo un monte baciato dal sole ma, se scaturisce una bella emozione, quella è proprio la linfa che dona potere a queste parole. Si possono pensare, si possono dire, si possono gridare. L’importante è ricordarle. Non ho iniziato a pronunciarle perchè la mia vita stava “andando male”, ho iniziato semplicemente perchè poteva andare ancora meglio di come già si srotolava giorno dopo giorno. E così è stato.

320522_185046481579974_102969186454371_411142_821797298_nQuesto insieme di parole, che possiamo definire mantra, nasce dall’aver appreso di una tecnica hawaiana chiamata ho’oponopono ossia, letteralmente tradotta, “mettere le cose al loro giusto posto” alias “sistemare le cose”. Secondo la cultura delle Hawaii infatti, recitare questo vero strumento del pensiero, ogni giorno e con emozione, riuscirebbe ad aggiustare le cose in noi e intorno a noi ma anche a renderci bella, o più bella, la vita. In realtà, in questa filosofia di pensiero, le parole sono solo 4. La quinta, Felicità, me la sono aggiunta da me in quanto credendo fermamente che l’Universo ti rimanda ciò che senti ed emani, tale Felicità mi torna. Perché provo emozione nel dirla, non sono le lettere ad avere valore. E’ secondo me, per il suo significato, una delle parole più belle. Suggerisco questo perché fondamentalmente, ognuno di noi può crearsi il mantra che vuole, al di là della curiosa saggezza hawaiana che merita uno studio a mio parere e che può essere senz’altro un ottimo incipt. La frase dovrà sostanzialmente emozionare ed essere volta ovviamente al positivo. Ne ho diverse infatti ma, questa che vi descrivo oggi, penso sia quella adatta per iniziare e ora ve la spiego, per lo meno con il mio senso. In rete potrete naturalmente trovare tutte le nozioni che v’interessano.

Innanzi tutto, l’ordine corretto per l’antico popolo degli Huna che ha inventato questa specie di preghiera è: mi dispiace – perdonami – grazie – ti amo

MI DISPIACE: non per un senso negativo del termine ma semplicemente per far capire che è stato del tutto involontario l’eventuale nuocere a qualcuno o qualcosa verso il quale nemmeno ce ne siamo resi conto. Ogni giorno, senza farlo apposta, potremmo mancare di rispetto a qualcuno e questo “mi dispiace”, annienta praticamente l’eventuale danno recato agli altri ma soprattutto a noi stessi che siamo sicuramente la persona che martoriamo di più. Noi, visti come esseri divini, non dovremmo mai offenderci, violentarci, tarparci le ali autonomamente e per questo diciamo – mi dispiace –. Mi dispiace, di non aver capito la potenza che risiede in me!

PERDONAMI: tu, vita. Vita mia. Energia. Forza. Universo. Me stesso. Qualsiasi cosa tu sia, io sia, perdonami. Con il perdono, tutto può ricominciare. Il perdono è lo strumento più bello che possa esistere, è l’atto più grande di amore e di “compassione/con-passione” che possiamo effettuare. Sempre verso gli altri e sempre verso noi stessi. Che quel tutto, io e l’universo intero assieme, possa arrivare al mio perdono. E così è.

GRAZIE: una parola meravigliosa da dire sempre. Per ogni cosa, nei confronti della vita in generale, di tutto, di noi. Grazie. Per quello che sei/sono, per quello che sto potendo vedere, sentire, respirare. E’ tutto bellissimo e io ringrazio e ringraziando lo avrò sempre. Avete mai detto – grazie – a voi stessi? A quello che esiste intorno a noi? Si usa dire grazie solo quando siamo convinti di essere stati baciati dalla Dea bendata. La parola “grazie” deve far parte di noi. O meglio, l’emozione che ne scaturisce. Ringraziatevi per quello che siete e per quello che riuscite a fare.

TI AMO: “l’amore è la forza che muove il mondo”, la forza più potente. L’amore per noi stessi, per le grandi e per le piccole cose. Per tutto. Per la luce del sole, per la natura, per la gente. Tutta. Dove c’è amore, c’è armonia, bellezza, salute, benessere, gioia. Amare ogni cosa e dirglielo. “Ti amo”. Un – ti amo – pieno di sentimento. Io amo te, provo emozione per te, io penso che tu sia una cosa bella. Pensiamolo di una farfalla, di un sasso, di una persona, di una sera, di una sensazione, di una vicenda. Dare amore, amare, incondizionatamente, riporta amore. E recitando ogni giorno “Ti amo”, nulla ci aspettiamo in cambio ma “amore” arriverà.

La parola FELICITA’, l’ho già spiegata nelle righe precedenti. La provo, mi torna. E’ una regola ovvia. La provo, non solo la dico, è diverso. Ecco. 4 parole che racchiudono un messaggio importantissimo, fondamentale. 4 parole che procurano emozione. Vi consiglio vivamente di provare almeno. Ipotizziamo per un mese. L’importante è crederci e pronunciarle con sentimento sincero. Se i primi giorni vi sentirete in imbarazzo posso assicurarvi che nessuno riesce a leggervi nella mente quindi non abbiate timore e non sentitevi sciocchi. Soprattutto però posso dirvi con certezza che, trascorsa la prima settimana, tutto vi sembrerà più facile. E a volte, mi piace aggiungere: è gratis! C’è addirittura chi sostiene che tutto questo sia uno dei mezzi più potenti per ottenere il benessere.

Prosit!

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Semplicemente come io la penso

“Mi hanno insegnato a pregare sperando in una grazia, ad essere buona per non andare all’inferno, ad essere sempre educata perchè “chi più ce n’ha ce ne metta”, che il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi, che se prendi 4 a scuola vuol dire che non hai studiato e -guarda invece la tua compagna di banco com’è brava-, che non dovevo correre sempre perchè le femmine devono essere composte, che dovevo rispettare sempre e comunque una marea di gente dagli anziani ai neonati e tutto il vicinato, anche se mi avessero preso a bastonate perchè gli altri avevano sempre ragione, che il lavoro nobilita e la vita è fatta di sacrifici, che dovevo avere sempre una camicia da notte nuova nell’armadio nel caso mi fossi ammalata e avessi dovuto andare all’ospedale, che siamo tutti vittime del destino e quando meno te lo aspetti può capitarti la qualunque senza che tu possa farci niente.

E io ci ho creduto”.

Questo post l’ho condiviso dal blog L’universo nel mio silenzio e capendo perfettamente cosa intende l’autrice ho deciso di riproporlo e spiegarlo. Bhè, sicuramente anche voi avrete già capito, ma forse non tutti sanno che cosa invece sarebbe meglio fare, almeno a mio parere, anziché rimanere attanagliati a ciò che appunto ci hanno insegnato. Premetto subito che quando si parla di educazione e quindi per la maggior parte, di genitori, non si parla di “persone che hanno sbagliato a dirci o a farci determinate cose”. Essi sono stati prima di noi, delle vittime (perché questo è secondo me il termine adatto in questo discorso) che hanno semplicemente cercato di farci vivere nella miglior maniera possibile. Ma è possibile vivere benissimo anche esattamente al contrario di questi insegnamenti? Ebbene, io credo di si. Partendo dal presupposto che quello che l’autrice scrive è tutto vero per la maggioranza delle persone, e tutti noi ne siamo testimoni, proviamo a stravolgere il tutto e vediamo cosa succede. Iniziamo con il suddividere queste frasi:

  • Mi hanno insegnato a pregare sperando in una grazia.

Ecco. Questo primo metodo nel quale, come prima cosa, ci stanno dicendo – Prega, chiedi pure, ma guarda che non è detto che avvenga -. Gente che passa ore e ore a pregare per una grazia e non la riceve, mentre invece il suo vicino di casa si, lui si, lui l’ha ricevuta. Qui ci sono delle discriminazioni belle e buone! Forse lui è stato più umile di me? Ha fatto più sacrifici? Ha pregato di più? E allora sgraniamo rosari, stiamo ore senza mangiare, evitiamo quel determinato alimento, sacrifichiamo i nostri e non simili, e chi più ne ha più ne metta. Diventiamo pazzi nel cercar di far esaudire il nostro desiderio perché attenzione… è solo un desiderio. Non è una pretesa. Non è una cosa ovvia. E qui casca l’asino. Povero asino. E perché non può essere una pretesa? Io non ho forse il diritto di pretendere un qualcosa di mio, che mi apparterrebbe, che non può nuocere a nessuno? Ma allora scusate, e la nostra infinita potenza di cui vi parlavo giorni fa? La possibilità che noi avremmo di poter ottenere ogni cosa ma inquinati fin dalla nascita da questi pensieri non l’avremmo mai? Vi sembra impossibile quello che dico, lo so. Eppure ci sono casi che confermano ciò che sto dicendo, quelli che ci hanno insegnato a definire “sogni che si realizzano”. Che solo alcuni sono in grado di realizzare. E se invece, anziché chiedere, non chiedessimo nulla e pensassimo semplicemente che così è e così dev’essere? E se invece che desiderare e sperare non dessimo quella cosa semplicemente come certa e poi magari ai nostri Dei, per chi ha piacere di averne, raccontassimo semplicemente cosa ci piacerebbe fare una volta che questa cosa certa si è concretizzata? Deve solo concretizzarsi attraverso forse un milione di passaggi ma c’è già. Sta arrivando. E’ nostra, ci appartiene. E’ nostra perché noi l’abbiam voluta. La grandezza che è in noi l’ha voluta, non un Dio o chi per lui. Un Dio non può far altro che accompagnarci in questa avventura e godere della nostra felicità perché questa è l’unica cosa che un buon Dio, chiunque esso sia, vuole. E’ per questo che non dico a mio figlio “chiedilo a Gesù”. Posso dirgli “raccontalo a Gesù” ma chiedilo a te stesso e l’otterrai. E’ un discorso lunghissimo lo so, ma non posso scrivere un libro oggi, posso solo dirvi che questo meccanismo ha un nome, si chiama “legge dell’attrazione”. A vostro gradimento, ci ritorneremo. Passiamo all’altra frase:

  • Ad essere buona per non andare all’inferno .

Bhè, su questo immagino ci sia davvero ben poco da dire. Si, è così. Se non si è buoni si finisce all’inferno. Un inferno personale che ti aggredisce le viscere dal quale difficilmente potrai liberarti. Il più perfido inferno che esista. Questo è l’inferno. Una coltre di tristezza e infelicità che ti avvolge, ti soffoca, ti uccide giorno dopo giorno. Ti spegne. Questo è l’inferno delle persone “cattive”. Che la mia stessa vita, le mie stesse scelte mi diano sempre la sana forza di stare lontana da certe tentazioni. Mai far del male agli altri, mancar loro di rispetto, approfittarsi del prossimo. Invidia, egoismo, opportunismo, superbia, tutte emozioni che affossano in un baratro buio e profondo. Nessun diavolo ad aspettarci, nessun fuoco, nessun urlo solo ed esclusivamente il vuoto, la solitudine, la disperazione più totale. Questo è l’inferno. Ma mica ce l’hanno detto. Ci spiegavano semplicemente che in punto di morte avremmo dovuto chiedere perdono e tac! Se non ricordo male si poteva finire in purgatorio per essere purificati. E’ questo il punto. L’inferno di cui parlo io non arriva dopo la morte. Arriva molto prima. E’ peggio ancora. Ci devi convivere insieme. E li soffrirai come non mai. L’intenzione però c’era. Bisogna comportarsi bene nella vita.

  • Ad essere sempre educata perché “chi più ce n’ha più ce ne metta” .

Eh… e questa ce la siamo sentiti dire in tanti non ne dubito. La sopportazione. Ecco il vero scopo dell’essere umano. Anche se quella cosa da fastidio bisogna sopportare. Per che cosa? Ah! Si! Per il famoso “quieto vivere”, ve lo ricordate anche voi. Aaah! Il quieto vivere. Io e lui alla fine siamo diventati amici. Eravamo spesso in disaccordo. Non sopportavo il suo vivere opprimente sulle mie spalle giorno e notte, notte e giorno. Per colpa sua, io dovevo farmi andar bene qualsiasi cosa. Altrimenti era come se il signorino se ne andasse offeso da qualche parte e non tornasse più. Se, se ne fosse andato lui, saremmo all’improvviso stati sommersi da uno tzunami di catastrofi come litigate, risse, urla, botte e avremmo vissuto nel bailamme più totale per tutta la vita. No, no, caro “quieto vivere” rimani qua. Farò qualsiasi cosa perché tu rimanga qua. Figlio del gioco dei potenti. Quello che –attento a come parli altrimenti ti buco una gomma– o peggio ancora. Quello della paura. Non abbiate paura. Siate più forti. Non dovete permettere a nessuno di offendervi. Rispondete a tono, urlate, mandate a quel paese. Sapete dove stà il segreto? L’unico grande segreto che non ci hanno detto? Nell’amore. Amate il vostro avversario con tutto il vostro cuore. Si. Mentre lo state insultando perché vi ha veramente rotto, dopo tutto ‘sto tempo, amatelo. Ma non è l’amore che v’insegna il parroco. E’ l’amore che vi fa vincere. L’amore che non vi fa trovare la vostra gomma bucata perché più forte di qualsiasi altra cosa sulla faccia della terra e dell’immensità. E’ davvero la forza che smuove il mondo e il mondo potete farlo smuovere/muovere, come volete voi. Non è per nulla semplice e sembrerà ridicolo ma provateci. Un consiglio: iniziate con un avversario di basso calibro. Quello che ad esempio vi scrolla la tovaglia sopra la testa. Di basso calibro nel senso che vi sta mancando di rispetto ma fondamentalmente non fa nulla di eccessivamente grave. Ossia, sarete d’accordo con me che ci sono cose molto più terribili. Vogliategli bene. Aiutatelo. Sorridetegli. Amatelo realmente con il vostro stomaco. Dopo ovviamente avergli detto quello che si merita. Tutto cambierà. La magia. Così la chiamano.

  • Che il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi .

Oh! Bene. Questa mi piace. Mi piace perché se voi sentiste la mia risata vi mettereste le mani nei capelli. Ebbene è con mia grande soddisfazione che gli studi che ho fatto mi hanno portato a comprendere che una risata, quando è veritiera, sana e spontanea è sempre sguaiata. Davvero! Porca miseria non mi ricordo più su quale libro avevo letto questa cosa, devo andare a spulciare la mia libreria. Ma è così! Uno sbadiglio è forse fine? E uno starnuto? E un rutto? Siamo noi che li trasformiamo, ovviamente dal momento che condividiamo le nostre giornate con altri, in esplicazioni più fini e gentili. Ma sono spontanee e, in natura fini non lo sono per niente. Pensiamo agli animali. Mica si fan tanti problemi loro. La risata, quella di pancia, è la stessa cosa. Anzi, vi suggerisco, diffidate da chi ha sempre una risata controllata e da Galateo. E mi dispiace per quelli che non si lasciano mai andare. E poi, cosa vuol dire “riso che abbonda”. Ma santi numi, dovremmo ridere da quando apriamo gli occhi al mattino a quando li chiudiamo alla sera! Tutto il giorno! E anche la notte! Perché saranno i nostri sogni a farci ridere! Il riso allunga la vita, allontana le malattie! Insomma ormai lo avrete letto anche voi da qualche parte. Fortunatamente questa cosa sta diventando famosa negli ultimi anni! Anzi, non fortunatamente, forse se ne sentiva così tanto il bisogno che hanno deciso di dargli il via a ‘sto benedetto riso! Per cui, ridete! Ridete! Ridete!

  • che se prendi 4 a scuola vuol dire che non hai studiato e “guarda invece la tua compagna di banco com’è brava”.

Bhè, io sinceramente, detto tra noi, tutti questi 4 a scuola vorrei proprio studiarli un pò. Si, si è vero, lo so, ci sono i nullafacenti, gli svogliati, quelli che fanno ben altro anziché studiare ma ne vogliamo parlare? Come mai ci sono questi bambini o ragazzi qua? La società ci ha insegnato a identificarli in due modi o asini (povero asino ancora!) o fannulloni. Oh! E basta. Non ti piace studiare? Sei una cacca. Non parliamo poi se rimani bocciato!!! Ho conosciuto madri che per la vergogna non sono uscite di casa per due anni mentre le madri dei primi della classe, quelle si che erano veramente felici. Mmmh… Ecchisenefrega se quel bambino è contento, ha la gioia dipinta sul viso, ha voglia di correre e di saltare! Hai preso 4? In castigo! Prima il dovere e poi il piacere. Perché sennò da grandi diventano dei debosciati. Regole e disciplina. Ho visto con i miei occhi in Africa, bambini felicissimi di andare in una scuola senza voti e felicissimi di poter giocare dopo. E non venitemi a dire che in Africa i bambini non fanno il loro dovere! Eccoli qua, i nostri primi piccoli scarti della società. Quelli che a 6-7 anni capita che la maestra, ahimè, dice ai genitori – E’ intelligente ma non si applica. Non ha voglia di fare niente. E’ sempre con la testa tra le nuvole -. Brutto bambino cattivo. A quell’età ancora con la testa tra le nuvole! E intanto gli altri, i piccoli soldatini, invece vanno avanti. Quelli che realmente amano o lo studio o vogliono solo vedere un sorriso sul viso della loro mamma, vanno avanti e gli altri, rimangono sempre con la testa fuori dalla finestra. E dopo 5 anni, sono ancora lì, su quel davanzale, tra quelle 4 mura e quelle 100 regole. Seduti per 8 ore. In silenzio per 8 ore. Ad ascoltare per 8 ore. Quelli che quando arrivano a casa non si sentono dire – Com’è andata a scuola oggi?- bensì – sei felice?-. Per non parlare della famosissima vicina di banco. Quella che invece lei si che è furba, brava, intelligente, persino bella diventa, perché prende sempre 10. Guardala lì. Struggiamoci già da bimbi, mentre la nostra bocca sta lottando per cambiare tutti i denti che abbiamo, nella disperazione del non essere come lei. Eh no. Io non diventerò mai un grande avvocato, un grande medico, un grande commercialista. D’ora in poi cari bimbi quando vi chiedono – Cosa ti piacerebbe diventare da grande?- rispondete così – Mi piacerebbe diventare felice-. Senza 8, senza 4, senza 10.

  • che non dovevo correre sempre perchè le femmine devono essere composte.

Oppure – Non correre che sudi!- (o peggio ancora –che ti sporchi-). Allora, io queste non me le sono mai sentita dire, nessuna delle due. Sfido mia madre a fermarmi quando mi arrampicavo sugli alberi ad esempio o correvo come una pazza. Però si, mi è capitato di sentirle dire ad altri miei compagni e ancora oggi mi capita di sentirle dire agli amici dei miei figli. E qui si litiga. Qui so già che si entrerà in polemica. Questa è un po’ come quella frase che dice così: “Un bambino, per rimanere sano, dovrebbe mangiare ogni giorno 1kg di terra”. Qualche madre vorrebbe già uccidermi. L’igiene prima di tutto. Si, quel bimbo, se suda, poi si ammala. Per cui, caro bimbo, rimani fermo a guardare gli altri tuoi compagni che corrono e si divertono. Ebbene ad alcuni parrà strano ma il sudare è un atto fisiologico del nostro organismo che avviene prevalentemente per eliminare le tossine in eccesso e in seguito, per regolare la temperatura corporea. Si suda quando ad esempio ci si surriscalda. Per raffreddare il corpo, le ghiandole sudoripare si mettono in funzione. E’ tutto calcolato. Si espelle quindi una gran quantità di liquidi che dovremmo rimettere all’interno del nostro organismo con nuove fonti idratanti e pulite. Ossia, non bisogna tenersi i vecchi liquidi ma sostituirli con dei nuovi. Altrimenti non si farebbe nemmeno la pipì. Per cui il problema non è sudare. Il problema è non bere oppure non mangiare alimenti idratanti. Se suda prende freddo. No, non è vero. Prende freddo se non viene coperto e si permette che il liquido sul suo corpo si raffredda. Allorchè le ghiandole cercheranno a quel punto di riscaldare, senza riuscirci perché è troppo per loro, ed ecco prendere i malanni. Aiutiamole con un golfino. Asciughiamo il bimbo. Portiamoci in borsa un asciugamano. – Ma come faccio, devo correre a far la spesa -. Per cui evitiamo a un giovane di giocare perché si deve andare a far la spesa. Finisco dicendo che, potete credermi, tutti i bimbi più malaticci che ho visto nella mia vita, erano proprio quelli che meno potevano correre, meno potevano sporcarsi, meno potevano sudare. Ora ditemi, avete mai sentito di un figlio di nomadi con la febbre?

  • che dovevo rispettare sempre e comunque una marea di gente dagli anziani ai neonati e tutto il vicinato, anche se mi avessero preso a bastonate perchè gli altri avevano sempre ragione .

Bhè, le bastonate mi sembrano eccessive, ma il senso l’ho capito. E gli anziani perché sono anziani, e i piccoli perché son piccoli, e le donne perché son donne, e l’uomo perché è uomo, insomma, ma a me, chi mi rispetta? E questo è un po’ il discorso che ho fatto prima sul “chi più ce n’ha, più ne metta” quindi andrei oltre.

  • che il lavoro nobilita e la vita è fatta di sacrifici.

Oh! E di qui non si scappa. Ricordate che siete nati per soffrire. Punto. Per lavorare. Per morire per due lire. Siete nati peccatori e partorirete con grande dolore. E se non avete avuto la fortuna di nascere in una famiglia berlusconiana dovete sacrificare tutta la vostra esistenza. I potenti ci sono riusciti e i nostri poveri mamma e papà ci hanno semplicemente insegnato ciò che è toccato a loro fare. E io son l’unica idiota che sta qui a pensare che no, non è così, non deve essere così. Mica possiamo dire che questa vita ce la siamo voluta noi? E ma altrimenti come facciamo a sfamare i nostri figli con uno Stato che ci mangia tutto? Ok. Ma a nobilitare una vita forse è qualcos’altro. E se invece tutti inseguissero i loro sogni? Cosa accadrebbe? Che non si mangia più. Ne siete sicuri? Le mie sono solo utopie. Questo non vuol dire non lavorare. Vorrebbe semplicemente dire farlo in modo diverso. Pensate davvero che sono loro, quelli che oggi si chiamano “i potenti”, ad avere il coltello dalla parte del manico? Certo. Finchè tutti ce lo lasciano per la paura. Immaginiamo per un attimo di togliere tutti i nostri soldi dalle banche ad esempio, così per giocare un po’ con l’immaginazione. Tutti. Ognuno di noi. Cavoli…. Che macello! E poi bhè… poi finchè c’è gente che i “sacrifici” li fa, compresi di mutuo, per comprarsi l’ultimo telefonino uscito, certo, non si va proprio da nessuna parte. Ma c’è gente che si sacrifica anche per un pezzo di pane e non per un cellulare. Ma chi ha voluto tutto questo? Sinceramente, ragioniamoci un po’ su.

  • che dovevo avere sempre una camicia da notte nuova nell’armadio nel caso mi fossi ammalata e avessi dovuto andare all’ospedale.

Antica usanza che si protrae dai secoli dei secoli. Perché prima o poi ti serve. Prima o poi in ‘sto cavolo di ospedale ci devi andare e non c’è santo che tenga. E la camicia da notte dev’essere nuova di pacca mica già usata, scherziamo? C’è gente che ha più calzini bianchi nuovi nel cassetto che desideri. Sarà giusto? Sarà giusto aprire ogni giorno l’armadio e vedere quella borsa li, nell’oscurità, che aspetta solo arrivi il suo momento? Sarà giusto notare quella valigia che in modo subliminale ci dice : – un giorno o l’a’tro dovrai usarmi, perché un giorno o l’altro tu starai male -. Ma che roba! E se starò male vorrà dire che la prima cosa che trovo mi metto e chiamo il 118. Oh bella lì! E se non avrò la tutina nuova e firmata farà lo stesso tanto, in quel momento m’interesserà soltanto che mi facciano stare meglio. In un ospedale non hanno certo solo me da dover guardare e se anche dovessero mai trovar da dire alla mia camicia da notte, bhè, dopo cinque minuti – avanti un altro! -. Non sono Brigitte Bardot, non rimarrò certo nelle loro memorie. E quando apro l’armadio voglio trovarci dentro un cartello che io ho appeso e sul quale ho scritto “Perché tu vali!”. Ecco, questo no, questo non me l’hanno mai detto di prepararlo e tenerlo lì.

  • che siamo tutti vittime del destino e quando meno te lo aspetti può capitarti la qualunque senza che tu possa farci niente.

Su questo penso di aver già dato ampio spazio prima e sul mio articolo riguardante la fortuna, quindi sorvolerei. Userei queste ultime righe di oggi per dirvi che si, lo so bene, molte cose sono probabilmente davvero assurde e fanno sicuramente parte di un mio personale pensiero che ho tradotto qui “ad alta voce”, ma se tutto questo, o anche solo in parte, può servire a toglierci da tante cavolate opprimenti con le quali siamo cresciuti bhè, le riscriverei altre mille volte. Perché in realtà, siamo nati liberi. E sfido chiunque a dire il contrario. E questo non ce l’ha mai detto nessuno.

Prosit!

Ecco a voi Louise Hay!

Oggi desidero presentarvi una persona davvero speciale. Tanti di voi forse la conoscono già ma per chi non la conoscesse eccomi pronta a raccontar di lei. Si chiama Louise L. Hay ed è un’arzilla signora di 89 anni.

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Lo direste? Ma perchè voglio parlarvene? Vedete, questa donna, altri non è che la Madre del Pensiero Positivo. E’ considerata tale da quando ha iniziato a divulgare una sua nuova forma di pensiero che a preso sempre più piede fino a renderla famosa in tutto il mondo. Louise crede così tanto nella forza del pensiero da essere convinta che con esso, se positivo, buono e felice, si possono addirittura curare le malattie più gravi. Essa stessa dice di essersi liberata di un tumore all’utero lavorando non tanto su di esso ma sul valore che questo brutto male gli stava insegnando. Ebbene si. Essendo lei convinta, al mille per mille, che un sintomo è in realtà per noi una sorta d’insegnamento, ossia, se arriva è perchè noi lo abbiamo cercato come risposta ai nostri pensieri, basterà da quel momento, prenderne atto, ringraziarlo e iniziare a pensare esattamente nella maniera opposta. Nel suo caso, parlando di cancro, l’esempio è questo (anche se può avere diverse sfaccettature): Tumore = Accumulo di rimorso/Nutrire vecchie ferite e traumi. Risoluzione = Poichè io mi approvo e mi amo, creo un mondo pacifico e gioioso nel quale vivere. In effetti, la cara Louise, è stata vittima di questa malattia quando aveva circa 50 anni e prima di allora, non aveva avuto certo una vita facile e idilliaca. Si parla di diversi tipi di violenza subiti quando era solo una bambina e un’adolescente e si parla di violenze gravi. Il dolore, la frustrazione, la rabbia, il rancore se vogliamo, che essa ha coltivato umanamente e forse anche inconsciamente dentro di se, è scaturito in tumore. Ha fatto ossia del “male” a se stessa. Il male che lei teneva dentro, è rimasto lì, trasformandosi in qualcosa di fisico. Ammalando determinate cellule. E guarda caso, nell’utero, nella sua parte più femminile, quella più intima. Ma anche quella che era stata violata. Come far e allora? Bisognava eliminare quella parte, ma come? Abbandonandola. E come si può abbandonare un risentimento alias malattia? Perdonando. Ossia lasciando andare. Perdonare infatti non significa “condonare” ma semplicemente far si che la cosa vada via, nell’aria, con amore. Nessun medico ha testimoniato o testimonierà che Louise Hay si è auto-curata con questa forza di pensiero. Alla quale ha aggiunto anche altre tecniche alternative come la Reflessologia. Ma lei afferma che le cose sono andate proprio così. In fondo, i pensieri fanno parte di noi come un organo, come un dente, come un osso, come un’emozione.

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Non c’è nessuna differenza. Ma oggi io non sono qui a scrivere di lei per chiedervi o per sapere se credete o meno alla sua testimonianza, quasi come se fosse una leggenda metropolitana. Assolutamente non è questo il mio scopo. Non voglio neanche saperlo! Volevo semplicemente presentarvela perchè, al di là di quello che pensate sia vero, questa donna ha scritto diversi libri, primo fra tutti – Puoi Guarire la tua Vita – (Edizioni Armenia) e vi consiglio, calorosamente, di andarvelo a comprare e poi, non solo di leggerlo, ma tenerlo caro come un piccolo vademecum, in casa, sempre pronto all’uso.

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Qui non c’entra credere. Qui si tratta di imparare ad amare se stessi, perchè secondo Louise Hay, è la cosa più importante per far star bene noi e anche gli altri che ci sono vicini. Non conta che l’accaduto sia vero o falso in questo caso. Conta cosa ha scaturito in questa signora affinchè provasse ad insegnare a tutti noi come poter star meglio. Vedrete quante sorprese troverete tra queste pagine. Quante volte leggendo direte – Cavoli! Però è vero! – e fidatevi se vi dico che diventerà uno dei vostri migliori amici, se lo volete, se siete pronti, come usa dire lei. Potrete avere da questo scritto una sferzata di buona energia ogni giorno, ve lo assicuro. Non mi resta che augurarvi buona lettura e vi garantisco che parlerò ancora di questa straordinaria donna. Perchè mette gioia, dona allegria, fiducia, forza. Una positività incredibile. Solo questo, basta e avanza.

Prosit!

photo n°1 risvegliati.altervista.org